"Satelliti della morte" (Iperborea) di Gunnar Staalesen. Il primo capitolo

Venerdì, 30 ottobre 2009 - 09:38:00

Mi arrivò una telefonata dal passato. “Sono Cecilie”, disse e, visto che non reagivo, aggiunse: “Cecilie Strand.”

“Cecilie! Quanto tempo! Come stai?”

“Non c’è male.”

“Sei sempre nell’assistenza ai minori?”

“C’è anche chi tiene duro.”

“Saranno almeno dieci anni che non ci vediamo!”

“Sì, ho attraversato le montagne. Vivo a Oslo da cinque anni. Dall’estate del 1990.”

“Stai chiamando da Oslo, allora?”

“No, sono a Bergen. Sono venuta a trovare la mia vecchia mamma a Munkebotn. Non so se ti ricordi di lei.”

“No, io…”

“Be’, niente di strano, ma … dovrei parlarti di una cosa importante.”

“Davvero?”

“Se hai tempo.”

“Lo dico sempre: l’unica cosa che non mi manca è il tempo.”

“Possiamo incontrarci da qualche parte.”

“Volentieri. Hai proposte?”

“Che ne diresti della Fjellveien?”

Guardai fuori dalla finestra. La pioggia del mattino era stata appena un’avvisaglia d’autunno. Ora il sole di settembre si riversava come miele liquido sulla città. Il monte Fløien era verdissimo e invitante, con la Fjellveien come equatore e nessun segno di brutto tempo in vista. “Ma dove?”

“Perché non diciamo semplicemente dove ci incontriamo? Io posso partire da qui tra una mezz’ora.”

Guardai l’orologio. “Ok. Diciamo così.”

Cinque minuti dopo attivavo la segreteria telefonica, chiudevo a chiave la porta dell’ufficio e mi mettevo in moto. Attraversai il Mercato del Pesce, superai il Bazar delle Carni in fondo a Vetrlidsallmenningen e presi gli scalini verso Skansen e la vecchia caserma bianca dei pompieri. Erano comparse le prime foglie gialle della stagione, ma non ce n’erano molte; era ancora il verde a dominare. Dall’asilo di Skansepark arrivavano le grida eccitate dei bambini che picchiavano sui secchielli per sfornare le loro torte di sabbia. L’ultima coppia di gazze dell’estate gracchiava stizzita da un ippocastano ancora carico dei suoi frutti spinosi. Alla fine tagliai per il vicoletto verso Hesten e sbucai nella Fjellveien, dove dovevamo incontrarci.

La Fjellveien è la passeggiata preferita degli abitanti di Bergen. È quassù che per generazioni sono venuti a fare la loro gita domenicale, godendosi la vista della loro amata città, e a indicarsi a vicenda la casa dove vivevano, dicendo: è lì che abitiamo, come se si confidassero un segreto di stato. Hesten, il cavallo, è il nome usato dai locali per indicare la targa che è stata messa alla fontana per il centenario della Fjellveien, dove un tempo c’era un abbeveratoio: Husk at hesten trenger kvile, ricorda che il cavallo ha bisogno di riposo.

Mi avviai. Un pensionato in pantaloni alla zuava e giacca a vento affrontava la salita con passo elastico. Verso la casa della guardia forestale una scolaresca faceva jogging con alla testa un’atletica insegnante di educazione fisica. I ragazzi mi saltellavano incontro con un lento movimento a onda, da quelle piccole increspature sul mare della vita che erano, ancora a una rassicurante distanza dalle sue cime tempestose. Mi feci da parte quando mi sorpassarono per non essere trascinato in un futile sogno di gioventù, nella nostalgia di passate performance e odore di t-shirt profumate.

All’altezza di Mon Plaisir, il padiglione a forma di tempietto che rivolge le spalle alla Fjellveien e il frontone al mare, guardai l’orologio. Avrebbe dovuto essere già qui. Mi rimaneva ormai solo l’ultimo tratto, quello che passava davanti a Wilhelmineborg e Christineborg, appellativi che evocavano i tempi in cui ognuno era libero di incidere il nome della propria moglie nel paesaggio, purché ne avesse i mezzi. Da qui i fianchi del monte di Sandvik salivano ripidi verso la freccia in cima che indicava la direzione del vento, per chi avesse la vista abbastanza lunga da vedere così lontano, ovviamente. Qui gli alberi erano alti e dritti, con fusti come colonne marroni, mentre i tronchi spezzati e il pietrisco testimoniavano il pericolo di colpi di vento e frane dalla montagna.

La incontrai all’altezza della stazione verde intermedia della funicolare, proprio sopra Sandvikslien. Camminava verso di me in giacca e pantaloni di jeans, con il sole nei capelli e una borsa a tracolla che le pendeva su un fianco. Quando mi riconobbe si fermò e rimase ad aspettarmi, strizzando gli occhi dietro alle lenti ovali come per accertarsi che fossi proprio io. Aveva i capelli biondo scuro tagliati corti, con una sfumatura grigia che non c’era l’ultima volta che l’avevo vista.

Ci scambiammo un rapido abbraccio e ci guardammo un po’ stupiti, come fanno i vecchi amici quando i tatuaggi del tempo, incisi da un lama affilata sul volto e altrove, non si possono più ignorare.

Sorrise appena. “Mi dispiace, sono un po’ in ritardo. Mia madre… A volte ci vuole un po’.”

“Siamo ancora sulla Fjellveien. Non c’è problema.”

Indicò una panchina. “Potremmo sederci lì, magari? Si sta bene al sole.”

“Perché no?”

“Ti starai chiedendo come mai ti ho chiamato.”

“Già, dopo tanti anni, poi.”

“Be’, sono solo dieci.”

“Ma sono successe così tante cose nella mia vita, in questi dieci anni.”

“Ah sì?”

Mi guardò come aspettando un seguito, ma non aggiunsi altro.

“Hai detto che dovevi parlarmi di una cosa importante.”

“Sì.” Fece una breve pausa, mentre ci sedevamo. “Ti ricordi di Janegutt?”*

Trasalii. “E me lo chiedi?”

“Be’… in effetti era una domanda retorica.”

“Per sei mesi è stato un po’ come se fosse… nostro figlio.”

La mia frase la fece arrossire, ma non l’avevo certo detta per quello. Era la pura verità.

Janegutt. A sei anni, a diciassette, e adesso…

“Cosa mi devi dire?”

Cecilie ebbe un lieve sospiro. “È latitante, a Oslo. Ricercato per omicidio.”

“Diosanto. Ancora? Come lo sai?”

“Sì, Varg. Ancora. E non è tutto.”

“Ah no?”

“Ha lasciato una specie di lista di morte.”

“Una che?”

“Insomma… ha detto che farà fuori certe persone.”

“Ah sì?”

“E una di quelle… sei tu.”

“Cosa? Io?”

“Sì.”

Restai in silenzio. Lentamente lasciai scivolare il mio sguardo giù lungo il fiordo e indietro nel tempo di un quarto di secolo. Sentivo il tepore del sole scaldarmi il viso, ma dentro di me avevo il gelo, quel gelo che in qualche modo era sempre lì, che non aveva mai mollato la presa. Il gelo di tante primavere perdute.

0 mi piace, 0 non mi piace


Titoli Stato/ Collocati 6,5 mld Btp, tassi a minimi record
Riforme/ Guerini (Pd): verso elezione indiretta Senato
Alitalia/ Uilt, non arrivata lettera da Etihad
Riforme/ Renzi: se non si trova sintesi pronto a passo indietro
Milan/ Berlusconi: vendita club fantasia altrui
Mps/ Grillo: questa e' la mafia del capitalismo
Mps/ Grillo, facciamo casino per fare un po' di trasparenza
Berlusconi/ Vede foto Merkel e dice "Aridatece Kohl"
LEGGI TUTTE LE ULTIMISSIME

LA CASA PER TE

Trova la casa giusta per te su Casa.it
Trovala subito

Prestito

Finanziamento Agos Ducato: fai un preventivo on line
SCOPRI RATA

BIGLIETTI

Non puoi andare al concerto? Vendi su Bakeca.it il tuo biglietto
PUBBLICA ORA