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Culture

Ci sono luoghi dove l'uomo mette meglio a frutto alcune sue attitudini. A Gerusalemme e Varanasi la fede e la spiritualità s'esprimono in forme altrove impensabili. Per più d'un secolo, a cavallo tra xIx e xx secolo, le arti figurative erano a Parigi o non erano. E lo stesso accadde in Italia lungo tutto il Rinascimento e oltre. Da cinquant'anni a Hong Kong e Londra vengono coltivati e curati amorevolmente efficaci ecosistemi per il denaro e gli investimenti. La Mitteleuropa è stata la più prolifica fucina della letteratura del Novecento. A Boston hanno casa e bottega le più lucide teste della ricerca scientifica.

Ci sono poi luoghi dove il continuo apporto di intelligenza ed entusiasmo rende possibili diverse e mutevoli avventure umane. Luoghi che definirei «interdisciplinari». È il caso di New York: non c'è città al mondo che abbia saputo incarnare altrettanto bene molti zeitgeist moderni, gli spiriti del tempo di economia, spettacolo, cultura, fashion trend, informazione. Nel secondo dopoguerra sapere cosa stava succedendo a New York ha significato sapere cosa sarebbe successo altrove.

È tuttora così. Anche quando sembra che New York abbia perso il treno della modernità, scopri che era salita a bordo, eccome. È il caso di Internet, che a lungo abbiamo pensato avesse Silicon Valley come esclusiva tech-nurserv americana, quasi che solo lì un'idea digitale avesse qualche possibilità di crescere e talvolta imporsi. Invece Maria Teresa Cometto e Alessandro Piol, newyorkesi per scelta convinta, ci raccontano come nella Grande Mela ci si stesse attrezzando per riprendere la leadership digitale solo temporaneamente ceduta. Operazione conclusa, visto che la migrazione dei nerd tra le due coste sta invertendo direzione, e ora si va di più da ovest verso est, dalla Silicon Valley alla Silicon Alley.

Quel che mi ha sempre colpito di New York è la sua capacità di rinnovarsi. Fu così negli anni Settanta, quando la città affrontò il fallimento virtuale dell'amministrazione comunale, è accaduto di nuovo nel 2001 dopo l'afflosciarsi della bolla digitale e nel 2008 con il crollo seguito alla crisi dei subprime e all'esecuzione esemplare di Lehman Bros. Le crisi a New York passano prima perché la città dispone di risorse altrove scarse, come ho potuto constatare personalmente in tanti anni di frequentazione costante delle sue comunità degli affari e della produzione. A quelle più classiche — la predisposizione al rischio imprenditoriale, la creatività, la concentrazione di competenze — la città ha aggiunto negli ultimi anni nuove risorse: l'entusiasmo di chi si sente parte della locale affluente società di Internet e si impegna al massimo per farla crescere, l'operosità di un'amministrazione pubblica amica dei nuovi imprenditori e impegnata in una campagna per valorizzarli.

Nella stagione della Rete a marchio newyorchese (che sarà lunga) c'è una parola — startup — che è simbolo di una dimensione imprenditoriale per sua natura inafferrabile perché proteiforme. Le startup mettono naturalmente insieme innovazione, business e giovani in infinite variazioni tecnologiche, culturali, economiche. Ma il mix funziona soltanto in condizioni particolari, che in California sono state la concentrazione in un'area limitata di università come Stanford, di investitori in cerca di aree di sviluppo non tradizionali, di comunità locali attraenti. Il boom delle startup newyorkesi ha invece le sue radici nelle «vecchie» industrie dei media, della pubblicità, della moda e della finanza, che hanno avvertito con colpevole ritardo la iiccessità di digitalizzarsi ma che poi hanno adottato in massa le nuove tecnologie rivoluzionando i propri modelli di business.

Il «fattore giovani» è quello unificante tra le Silicon Valley e Alley perché in America c'è da sempre grande rispetto delle idee dei giovani. Tutte le startup di New York descritte da Cometto e Piol sono ideate e guidate da ventenni e trentenni, mentre le generazioni più «vecchie» — a volte solo di dieci anni — si adoperano per fare loro da mentore. Molto diffusa è la pratica del give back, del restituire agli altri e alla società qualcosa che si è ricevuto nella fase di costruzione della propria fortuna imprenditoriale. Un atteggiamento solidale così pervasivo da aver bisogno di organizzazioni che si occupano di facilitare questo tipo di volontariato. Una condizione favorevole che in Italia non esiste. Da noi l'entusiasmo dei giovani viene soffocato per tenere il posto agli anziani, perdendo così per strada intere generazioni di talenti, i migliori dei quali devono per forza andare all'estero per avere successo o costruire il loro sogno. E New York è ben contenta di accoglierli.

Quella raccontata da Cometto e Piol è la storia corale di una città-startup, dove a parlare sono i protagonisti e le aziende con le loro nuove idee trainanti. Ma leggendola viene da chiedersi perché qualcosa di analogo, seppure in scala ridotta, non possa avvenire da noi. A Milano o a Torino, per esempio. Faccio al proposito tre considerazioni:

1. Il ruolo dell'amministrazione pubblica è essenziale: è il seed, come lo chiamano a New York. Il sindaco Michael Bloomberg e i suoi principali collaboratori, alcuni dei quali conosco personalmente, hanno messo tra le proprie priorità la creazione di private/public partnership per riformare i sistemi educativi e la costituzione di fondi di investimento che facciano partire nuovi settori industriali. I governi centrale e locali italiani non s'impegnano invece per creare adeguate condizioni per le startup e a favorire partner privati che ci mettono il resto.

2. In Italia la semplicità spaventa perché aiuta tutti a concorrere. Dunque, anziché eliminare barriere, cooperare, fare sistema —la cultura dell'open source — si fa il contrario, s'alzano osta-
coli, l'informazione diventa potere, Io scambio di esperienze è malvisto dalle aziende, gli oligopoli vengono tutelati. Milano e la Lombardia avrebbero dovuto sfruttare il volano dell'Expo 2015 per lanciare concorsi di idee per aziende innovative abbattendo ostacoli e liberando energie. Non è successo. Ma forse c'è ancora tempo per fare qualcosa.

3. Il caso New York non è copiabile. Va studiato e assimilato. Ne va assorbito lo spirito creativo. Va reinterpretato in chiave italiana. Senza illusioni, però: un tempo la creatività era merce elitaria, oggi la globalizzazione sparge i semi dell'innovazione nella griglia infinita della Rete, l'iniziativa vincente può nascere a Tashkent o a Bangalore. tanto per citare due luoghi dove davvero s'è fatto molto per — come dire? — anticipare il futuro.

Siamo al punto di partenza: il genius loci può essere decisivo, però si deve anche sapere che quasi mai basta. La mia posizione è nota: per ripartire bisogna (ri)mettersi in gioco. Siamo tutti esposti a tutto, in un regime di comunicazione orizzontale, in una competizione di idee, soluzioni. proposte che è il nuovo modo di fare business. Sapendo che il più grande fattore di innovazione è la volontà di migliorare il proprio destino. È stato sempre così.
 

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