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Culture
Terremoti, tsunami, esondazioni. Il linguaggio (sbagliato) delle catastrofi

Di Clara Amodeo

“Diluvio con bomba d’acqua”, “terremoto da cratere”, “tsunami di 200 metri”. Quante volte abbiamo letto sui giornali o ascoltato per radio di catastrofi naturali trattate con un linguaggio a metà tra il tecnico e il “folk giornalistico”. Non ultimo il terremoto che, lo scorso 24 agosto, ha toccato Amatrice e tutto il centro Italia: i maggiori quotidiani italiani si sono prodigati a scrivere fatti di cronaca, racconti e reportage che non sempre sono piaciuti a chi con le catastrofi naturali è abituato a trattare per lavoro: i geologi.

Proprio come Mario Tozzi, divulgatore scientifico e giornalista, che al Festival della Comunicazione di Camogli ha spiegato al pubblico della Terrazza delle Idee quanto (male) i giornali abbiano trattato il recente fatto di Amatrice assieme ad altri eventi tragici che, nella storia, hanno toccato l’Italia intera. L’autore è partito da esempi concreti, come il titolo che la Repubblica ha fatto il giorno dopo il terremoto del centro Italia: “come una guerra. Paesi rasi al suolo”, scriveva all’alba del 25 agosto il quotidiano di Calabresi. Ma, si chiede Tozzi, perché questa analogia, parlando di un fenomeno che viene da sopra e non da sotto terra? Non è un bombardamento e il paragone che si usa è, nel linguaggio delle catastrofi, improprio.

Un po’ come il concetto espresso da un accorato Enzo Bianchi, che ha parlato di “rabbia della natura”: eppure, contesta il geologo, la natura in questo caso non ha fatto altro che il suo mestiere: non è stata un nemico, perché il vero nemico è chi si è mosso male sulla terra. È della sua stessa idea Gramellini che, nel suo Buongiorno, ha commentato con “Dio c’entra poco, il terrorismo anche, quello di Amatrice è un attentato che gli italiani si sono fatti da soli”. Già, perché secondo il geologo Tozzi se un colpevole ci deve essere quello non è certo la natura: quelli che si devono assumere la responsabilità di crolli e perdite sono, piuttosto, i sindaci, i costruttori, persino gli stessi inquilini.

“È un problema di memoria prima che di cultura – chiosa Tozzi – perché quello che ci capita da sempre ci fa paura e preferiamo pensare alla fine del mondo profetizzato dai Maya piuttosto che capire qual è il tipo di terreno su cui viene costruita la nostra casa, o quali precauzioni bisogna prendere per evitare i crolli. E anche quando i giornali parlano delle catastrofi la cosa migliore sarebbe avere conoscenza della materia, piuttosto che romanzare i racconti e nascondere discorsi più seri, come quello della responsabilità umana e della nostra incapacità di vivere armonicamente con il mondo che ci circonda”.

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