L'intervista/ Dai caffè con Tondelli ai concerti con Pavarotti... Il flautista Andrea Griminelli si racconta ad Affari

Giovedì, 19 febbraio 2009 - 17:00:00


Andrea Griminelli
di Giovanni Bogani

LOS ANGELES – Ha cinquant'anni, ne dimostra dieci di meno. Un ciuffo biondo di capelli, l'aria da ragazzone emiliano, simpatia e serenità in dosi uguali. Andrea Griminelli non sembra stare dentro lo stereotipo dell'artista maledetto. Niente affatto: sembra piuttosto un atleta. Sereno. Sia durante la performance, sia dopo. Andrea Griminelli ha affrontato il pubblico di Tokyo, di New York, platee immense di centinaia di migliaia di persone. Armato solo di un flauto.

Griminelli ha suonato con Luciano Pavarotti, con Elton John, con Sting, con Ian Anderson. L'altro ieri, ha incantato un pubblico di attori e registi di Hollywood nella serata inaugurale del festival "Los Angeles, Italia", dedicato al cinema italiano. Accompagnato da una pianista di 24 anni, Irene Veneziano, sorprendentemente sicura e autorevole, Griminelli ha suonato nella sala del Chinese Theatre, accanto a dove – tra pochi giorni – saranno consegnati gli Oscar. In platea c'erano un mito del cinema come Dennis Hopper, uno sceneggiatore da Oscar come Bobby Moresco, maestri del cinema come Pupi Avati. E ancora, Marco Pontecorvo, Franco Nero, Brigitte Nielsen, Maria Grazia Cucinotta, Tony Renis, e il produttore di "300" Mark Canton. A una platea di questo tipo, Griminelli ha offerto un omaggio a Nino Rota in punta di flauto. Le musiche di Fellini, i girotondi sull'esistenza. I balletti del vivere, che Fellini trasformava in immagini. E Nino Rota in musica. Al termine del concerto, abbiamo approfittato per farci raccontare la sua storia.

Lei è uno dei flautisti più celebri al mondo. Ma da cosa nasce la sua fascinazione per il flauto?
"Nasce da un disco di flauto di Severino Gazzelloni. A dieci anni sentii un suo disco, e rimasi stregato. Poi, James Galway, che è stato un po' il mio maestro. Gazzelloni era un artista già 'moderno', multimediale ante litteram".

La tradizione della lirica, forte in Pianura padana, e quella bandistica, quanto hanno contato per lei?
"Io vengo dalla provincia, da Correggio. E quindi all'inizio provai a suonare nelle bande. Ma avendo un orecchio molto sensibile, nelle bande sentivo troppe stonature…".

Già da ragazzino cercava la perfezione?
"Beh, un flauto stonato è inascoltabile. Cosa c'è peggio di un flauto stonato? Due flauti stonati...", ride.

Correggio è anche la città di Pier Vittorio Tondelli. Lo ha conosciuto?
"Come no! Lo chiamavamo Vicky. Era il mio delegato della parrocchia… Andavamo con lui in vacanza in campeggio con la parrocchia. Quando, più tardi, andai a vivere a Parigi, ci trovavamo nei caffè".

Ligabue?
"E' di Correggio, come me. E ha la mia stessa età. Ci conosciamo, ci stimiamo, non ci frequentiamo per i nostri impegni. Ma mi piace molto quello che fa".

Immaginava tutto quello che sarebbe successo, quando era ragazzo? I concerti oceanici?
"No, però ho sempre rischiato. A diciannove anni ero nell'orchestra della Fenice, e me ne andai a Parigi a studiare con Jean-Pierre Rappal, il mio mito, per centomila lire al mese. Sapevo dove volevo arrivare, che era la ricerca della perfezione".

L'incontro con Pavarotti come è stato?
"E' avvenuto tramite un amico di Correggio. Mi invitò a pranzo, e c'era anche Pavarotti. Diventammo amici, e da cosa nasce cosa…".

 Il primo concerto insieme?
"Al Madison Square Garden, con la Pbs in diretta. Roba da stroncare uno che si impressiona".

Non aveva paura?
"No. Anche quando sono andato a suonare a Central Park davanti a cinquecentomila persone, con una diretta televisiva, certo ero nervoso. Non posso dire che non fossi nervoso. Però tenevo duro".

Che cosa le ha insegnato Pavarotti?
"Aveva un senso innato del fraseggio, del 'discorso' attraverso la musica. Purtroppo  mangiavo anche tanto, quando ero con lui… Ho imparato tutto. Ho imparato diverse cose della vita, quando ero con lui. Non solo del mestiere".

Per suonare in pubblico che cosa serve?
"La capacità di affrontare la performance. Sono tutti bravi nella propria camera da letto, ma quello che è  importante è saper essere bravi davanti alla gente, sul palcoscenico. Saper affrontare i fusi orari, gli aerei. Sono appena tornato dal Giappone, e ora suono a Los Angeles, con 17 ore di fuso orario. Ci vuole un sistema nervoso a prova di bomba".

Come si tiene in esercizio?
"Un po' come gli atleti: cerco di dormire, di recuperare, di fare ginnastica. Faccio un po' di meditazione, e poi cerco di non esagerare con le cene dopo i concerti…".

Dove andrà nel prossimo futuro?
"In Sudamerica, poi negli Stati Uniti a giugno in tour, e farò concerti di musica da camera, con dei quintetti di Boccherini, qualche concerto in Europa e poi torno in Sudamerica. E poi qualche puntata a Reggio Emilia, dove sono presidente del conservatorio".

Collaborazioni pop?
"Un concerto con Ian Anderson alla fine dell'anno".

Suonare il flauto somiglia molto a usare la voce. E' uno strumento che non "protegge"…
"Assolutamente no! Suonare il flauto somiglia molto a cantare: è quasi un po' come cantare, attraverso uno strumento. Quando suoni il flauto, praticamente sei solo davanti al pubblico, non ti puoi nascondere dietro allo strumento. Anche per questo, ci vuole una certa dose di coraggio per suonare il flauto".

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