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Economia

di George Friedman

La fine dell'anno è sempre l'occasione per domande riguardo a ciò che di più importante potrebbe avvenire nel prossimo anno. È una domanda semplicistica, dal momento che ogni anno vede accadere molte cose e per uno la più importante potrebbe essere una e per un altro potrebbe essere un'altra. Ma vale tuttavia la pena di considerare quale singolo avvenimento potrebbe far sì che il mondo cambi rotta. Dal mio punto di vista, il posto più importante a cui guardare nel 2013 è l'Europa. Presa come singola entità geografica, l'Europa ha la più grande economia del mondo. Se solo volesse, potrebbe divenire un rivale militare degli Stati Uniti. L'Europa è uno dei pilastri del sistema globale e ciò che accade in Europa finirà col determinare in che modo funziona il mondo.

Sosterrei che nel 2013 cominceremo ad ottenere una certa chiarezza sul futuro dell'Europa. La domanda è se l'Unione Europea si stabilizzerà, se riuscirà ad arrestare la sua frammentazione e comincerà a prepararsi per una maggiore integrazione e una maggiore espansione. In alternativa, le tensioni potrebbero acuirsi, all'interno dell'Unione Europea, le istituzioni potrebbero ancor più perdere legittimazione e i suoi stati membri potrebbero accelerare il passo col quale perseguono le loro proprie politiche, sia interne che estere. Sono passati più di quattro anni dalla crisi del 2008 e circa due anni da quando i problemi creati dal 2008 hanno prodotto una crisi del debito sovrano e una crisi bancaria, in Europa.

Da quel momento, la crisi è passata dall'essere finanziaria ad essere economica. L'Europa è scivolata nella recessione e nella disoccupazione, salita oltre il 10% in tutto i Continente. Cosa ancora più importante, è stato un periodo in cui l'apparato decisionale creato al momento della fondazione dell'Unione Europea non ha saputo creare soluzioni di politica economica capaci contemporaneamente di essere largamente accettabili e tali da poter essere applicate. I paesi dell'Ue si sono comportati, reciprocamente, meno come membri di un'unica entità politica che come stati nazionali individuali che perseguono i loro propri interessi nazionali in ciò che è divenuto una sorta di gioco a somma zero, dove il successo dell'uno deve essere prodotto a spese di un altro.

Questo si può vedere in due modi. La prima dimensione è concentrata sul problema di quali Paesi avrebbero dovuto sopportare il fardello finanziario di stabilizzare l'eurozona. I paesi finanziariamente più sani volevano che i Paesi più deboli sopportassero il fardello attraverso l'austerità. I Paesi più deboli desideravano che i Paesi più forti sopportassero il fardello attraverso continui prestiti, malgrado il progressivo aumento del rischio che i prestiti non sarebbero stati interamente rimborsati. Il risultato è stato una serie costante di tentativi di giungere a dei compromessi che non hanno mai veramente funzionato.

La seconda dimensione è stata la classe. Il fardello doveva essere sopportato dalla classe media e dalle classi inferiori, attraverso la riduzione delle spese governative a loro favore? Oppure dalle élite attraverso una aumentata tassazione e maggiori regolamenti? Quando si parla con degli europei che sostengono l'idea che l'Europa sta attualmente risolvendo i suoi problemi, la domanda diviene: che problema stanno risolvendo? Il problema delle banche? Il problema della disoccupazione? O il problema dato dall'incapacità dei Paesi di trovare soluzioni comuni? Più precisamente, le autorità europee, che sono fra le migliori e le più brillanti del mondo, hanno lavorato su questo problema per anni, ormai, e la loro incapacità di inventare una soluzione è radicata non in una mancanza di buone idee o nel bisogno di considerare il problema più a lungo: è radicata nel fatto che non c'è un accordo politico su chi debba pagare il prezzo dal punto di vista geografico e sociale. Le tensioni nazionali e le tensioni sociali hanno impedito la formulazione di una soluzione che possa essere sia condivisa sia onorata. Se gli europei non trovano questa sorta di soluzione nel 2013, è tempo di dubitare seriamente che la soluzione sia possibile e dunque di pensare al futuro dell'Europa senza l'Unione Europea o con un'Unione molto indebolita.

Se comunque l'Europa realmente emergerà con un piano che è sostenuto da tutti e che abbia veramente forza, allora potremmo dire che l'Europa sta cominciando ad uscire dalla sua crisi e ciò, a sua volta, sarebbe il singolo avvenimento più importante che avviene nel 2013. A questo punto una persona ragionevole obietterebbe che sto ignorando gli Stati Uniti, che hanno problemi economici diversi ma ugualmente significativi e che sono anche incapaci di genere un consenso su come risolverli, come abbiamo visto durante il recente affare del "fiscal cliff", che avrà molte altre repliche. Ma per quanto possa essere valido il paragone sul piano finanziario, esso non è valido sul piano politico. Gli Stati Uniti non rischiano la dissoluzione della repubblica, se seguono politiche economiche contraddittorie.

Gli Stati Uniti hanno più di due secoli di vita ed hanno affrontato problemi anche peggiori, pensiamo alla Guerra Civile e alla Grande Depressione. L'Unione Europea ha solo vent'anni, nella forma attuale, e questa è la sua prima crisi significativa. Le conseguenze di una cattiva amministrazione del sistema finanziario statunitense sono significative, a dire poco; ma diversamente dall'Europa, le conseguenze non sono una immediata minaccia esistenziale. È la dimensione politica che è divenuta la più importante, non quella finanziaria. Potrebbe certo essere che l'Unione Europea stia attualmente risolvendo i propri problemi bancari e potrebbe essere possibile che superi gli altri problemi del debito pubblico, ma il prezzo che ha pagato è insieme una recessione e, cosa più grave, una disoccupazione ad un livello superiore a quella degli Stati Uniti nel loro complesso, ed enormemente più alta in alcuni Paesi. Possiamo dividere l'Unione Europea in tre categorie commisurandole al tasso di disoccupazione statunitense, che è all'incirca al 7,7%. Vi sono cinque Paesi europei che sono significativamente al di sotto di quel tasso (Austria, Lussemburgo, Germania, Olanda e Malta). Ci sono sette Paesi con una disoccupazione intorno al tasso statunitense (Romania, Repubblica Ceca, Belgio, Danimarca, Finlandia, Regno Unito e Svezia).

I rimanenti quindici Paesi sono al di sopra dei livelli di disoccupazione statunitense; undici hanno un tasso di disoccupazione fra il 10 e il 17%, inclusa la Francia al 10,7%, l'Italia all'11,1%, l'Irlanda al 14,7% e il Portogallo al 16,3%. Altri due sono sbalorditivamente più alti, la Grecia al 25,4% e la Spagna al 26,2%. Questi livelli sono vicini al tasso di disoccupazione degli Stati Uniti nel momento peggiore della Grande Depressione. Per Paesi industriali avanzati - alcuni dei più potenti in Europa, del resto - questi sono numeri che tramortiscono. È importante considerare che cosa questi numeri significano dal punto di vista sociale. Bisogna tenere a mente che il tasso di disoccupazione sale per i lavoratori più giovani. In Italia, Portogallo, Spagna e Grecia, più di un terzo della forza lavoro sotto i 25 anni è disoccupata.

Ci vorrà una generazione per abbassare il tasso ad un livello accettabile, in Spagna e Grecia. Perfino per i Paesi che rimangono intorno al 10% per un lungo periodo di tempo, la lunghezza del tempo sarà notevole, e l'Europa è ancora in recessione. Consideriamo qualcuno che sia disoccupato fra i venti e i trent'anni, forse con una laurea. I numeri significano che vi è una notevole possibilità che egli non avrà mai l'occasione di avere la carriera che ha scelto e con estrema probabilità non avrà mai un lavoro al livello sociale che si aspettava. In Spagna e in Grecia i giovani - ed anche i vecchi - stanno affrontando una catastrofe personale. Negli altri Paesi, la percentuale di coloro che stanno affrontando una catastrofe personale è più bassa, ma ancora assolutamente reale. Ricordate anche che la disoccupazione non ha effetti su una sola persona. Ha effetto sulla famiglia stretta, sui genitori e possibilmente altri parenti. L'effetto è non solo finanziario ma anche psicologico. Crea una coltre funebre, un senso di minaccia e di fallimento.  

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