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Economia
Cura da cavallo per le banche. Da giugno torna il credito alle imprese


Merito, più che delle ricapitalizzazioni che ancora dovevano partire, dell'avvio di quel processo di cessione dei crediti da ristrutturare o in sofferenza che sta accelerando in queste settimane, come dimostra l'annuncio dato da Unicredit e Intesa Sanpaolo dell'accordo trovato con la società di consulenza finanziaria Alvarez & Marshal (A&M) e il colosso del private equity statunitense Kohlberg Kravis Roberts (Kkr) per "sviluppare e realizzare insieme una soluzione innovativa, finalizzata a ottimizzare e massimizzare il valore di un selezionato portafoglio di crediti in ristrutturazione".

Un portafoglio, hanno subito precisato i due istituti, che non riguarderà sofferenze come quelle nel frattempo girate alle due "bad bank" interne create dagli istituti (Unicredit ha identificato 87 miliardi lordi di prestiti problematici annunciando di volerne dismettere 55 miliardi entro il 2018, Intesa Sanpaolo ha isolato 46 miliardi di asset problematici segnalando di volerli dismettere entro i prossimi 4 anni), quanto piuttosto "crediti non ancora deteriorati" che potrebbero dunque non essere ceduti immediatamente dato che l'accordo mirerebbe a riportare a redditività le aziende che hanno richiesto i finanziamenti.

Sarà dunque importante vedere quali (e quanti) crediti verranno girati al nuovo veicolo finanziario e se questa soluzione potrà trovare ulteriore applicazione, perché in questo caso davvero si potrebbe finalmente far arrivare nuovo credito alle imprese (e famiglie) italiane. Molto probabilmente dipenderà anche dalle mosse della Bce che non intende come detto riacquistare titoli di stato, i cui rendimenti e spread nel frattempo si sono già notevolmente ridotti rispetto alla crisi dell'estate del 2011 (quando un titolo italiano a 5 anni rendeva oltre l'11% annuo lordo, contro l'1,5% -1,6% attuale), ma titoli assistiti da  crediti cartolarizzati (le "Abs" appunto).

Per poterlo fare "super Mario" deve riuscire a ridare vita a un mercato che è rimasto congelato sin dai tempi della crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, ossia deve riuscire a far sì che il mercato immobiliare (cui sono in larga misura legate le cartolarizzazioni) si riprenda anche nei paesi del Sud Europa e non solo in Germania, trovando poi il modo di indurre le banche a concedere nuovi crediti (non solo al settore immobiliare) così da far ripartire l'economia, rallentare la crescita delle sofferenze, aumentare la fiducia del mercato nei confronti dei principali operatori economici e dei loro strumenti di debito e chiudere definitivamente la lunga fase della crisi del debito sovrano (che ha causato la stretta creditizia, esacerbata dalle decisioni di politica fiscale e monetaria seguite dalle autorità europee finora).

Se tutto questo meccanismo riuscirà ad avviarsi, come è auspicabile ma non ancora certo, nella seconda parte dell'anno a imprese e famiglie italiane potrebbe tornare ad essere concesso credito più facilmente di quanto non sia oggi. Sarebbe un segnale molto più significativo che non la miriade di annunci di linee di credito di qualche decina o centinaia di milioni di euro che periodicamente singoli istituti italiani ed europei annunciano. Peraltro visto che ancora a fine febbraio il totale dei prestiti erogati dalle banche italiane era di 1.855 miliardi contro 1.717 miliardi di depositi complessivi, è chiaro che anche il modo e i soggetti a cui il credito verrà erogato in futuro dovrà cambiare o la crisi non sarà servita a nulla.

Concentrare gli impieghi su pochi grandi clienti si è rivelato rischioso almeno quanto consentire la creazione di poche grandi banche "troppo grandi per fallire". Il futuro modello del credito italiano (ed europeo) non potrà non tenerne conto, anche se pure tra le piccole banche si annidano problemi e magagne di ogni tipo. Per Draghi (che non potrà estendere i suo controlli su questa parte del sistema creditizio europeo) sarà un ulteriore grattacapo, per le singole banche centrali nazionali la cartina di tornasole della volontà di procedere ad un'unione bancaria in cui ci si dà delle regole comuni e si cerca di lavorare per il bene comune più che per difendere ciascuno i propri interessi di parte. Se il tentativo dovesse fallire la crisi dell'Eurozona rischia di avere nuovi e sgradevoli sviluppi: incrociamo le dita.

Luca Spoldi

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