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Economia
Banche, risiko non più rinviabile. Mission impossible salva-dividendi
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Sono passate solo poche settimane da quando Goldman Sachs ha inserito i due principali gruppi bancari italiani, Intesa Sanpaolo e Unicredit, nella sua “top ten” degli istituti più affidabili tra quelli europei seguiti dagli analisti della banca d’affari americana (una cinquantina in tutto), caratterizzati in particolare da una robusta redditività in termini di dividendi.

In questa particolare classifica Intesa Sanpaolo occupava il terzo posto grazie a un dividendo (che quest’anno è stato pari a 0,197 euro, pari ad un rendimento dell’8,65% circa) atteso per il 2020 sempre attorno ai 19-20 centesimi, mentre Unicredit era al nono posto con un dividendo atteso di 62 centesimi per azione (è stato di 0,27 euro quest’anno pari ad un rendimento del 2,17%) equivalente ad un rendimento del 4,98% ai prezzi attuali.

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Visto così sembrerebbe che il settore bancario italiano abbia ormai imboccato la strada di un deciso recupero di redditività dopo lunghi anni di crisi passati a ripulire i portafogli di crediti più e meno marci (passati dai 360 miliardi di euro di fine 2015 ai 177 miliardi dello scorso giugno, ovvero a 30 miliardi al netto degli accantonamenti a fine novembre), a rafforzare i patrimoni (il Cet1 medio era pari a fine settembre al 13,6%, il doppio rispetto a prima della crisi mondiale) e a ritagliare le reti eliminando le filiali meno produttive.

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Una vera boccata d’ossigeno per molte fondazioni bancarie, rimaste a secco per molto tempo e le cui attività si sono così dovute ridurre. Purtroppo questa fotografia non coglie del tutto la situazione reale: nonostante le banche italiane abbiano visto il Roe (il ritorno per gli azionisti) medio passare dallo 0,8% di fine 2007 all’8% a fine settembre, il costo del funding, ossia della raccolta di mezzi freschi (necessari tra l’altro a proseguire quella pulizia di bilancio su cui la Bce continua a insistere), resta superiore ed intorno, secondo quanto si dice negli ambienti della city milanese, al 10%, centesimo più centesimo meno. Il che spiega perché le banche italiane continuino a trattare in borsa attorno alla metà dei valori di libro.

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Per cercare di riuscire nella “mission impossible” di salvare i dividendi ai banchieri italiani non resterà che imbracciare di nuovo le forbici e tagliare i costi. Molte altre alternative non se ne vedono visto che le banche non possono investire in attività e asset “a rischio” (per la pressione delle autorità europee), nè si può sperare a breve in una forte crescita dei volumi, specie sul mercato domestico (la Banca d’Italia prevede un misero +0,5% del Pil italiano quest’anno, al pari del Fmi, e lo stesso governo spera in un +0,6%).

Il tutto a fronte di tassi che paiono destinati a rimanere vicini ai minimi storici ancora per diverso tempo, non fosse altro per il fatto che la Bce sta pensando di introdurre un nuovo obiettivo di inflazione “media” che consentirà di giustificare periodi di inflazione anche sopra il 2% annuo (se e quando arriveranno) con l’essere rimasti a lungo sotto tale livello. Tutto questo renderà virtualmente impossibile colmare il gap tra il costo di reperire nuovi capitali e la remunerazione offerta ai capitali stessi agendo sui ricavi.

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Fare ingoiare altre migliaia di chiusure di sportelli bancari e licenziamenti non sarebbe tuttavia un’impresa agevole, ma proprio per questo secondo molti analisti le banche non possono più attendere con le operazioni di integrazione (in Italia esistono tuttora 490 istituti diversi, uno ogni 123 mila residenti, il doppio che in Spagna), finora sostanzialmente “congelate” per problemi di governance (ossia di equilibrio di potere ai vertici). 

Procedere ora consentirebbe infatti di usufruire di “Quota 100”, come ha già fatto Banca Carige, proponendo ai sindacati pacchetti di prepensionamenti e incentivi ad uscite volontarie, anziché licenziamenti. Siccome però Quota 100 è destinata a durare solo tre anni prima di essere quanto meno rivista, stante la perdurante crisi demografica attraversata dal paese che rende non sostenibile a lungo questa opzione, e siccome tra i primi “pour parler” e il varo di un’integrazione passano in media dai 12 ai 18-24 mesi, iniziare a discutere oggi di un possibile matrimonio è condizione necessaria per concludere in tempo, ossia entro la fine del prossimo anno quando il triennio di validità dell’attuale Quota 100 sarà concluso.

(Segue...)

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