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Economia

 

Certo, il Tesoro italiano ha finora anticipato i tempi e può ora spostare le emissioni su scadenze più a breve o limitare gli importi di titoli a lungo termine da emettere, tuttavia il segnale di stamane è inequivocabile: i Btp a 3 anni sono stati emessi per 3,323 miliardi (sotto i 3,5 miliardi massimi preventivati) con un rendimento salito al 2,48% dal 2,30% dell’emissione precedente, mentre i Btp a 15 anni (2 miliardi emessi, in questo caso pari al massimo previsto) hanno finito col pagare il 4,90% (dal 4,8%). Ed ora che succederà? Il boccino sembra nelle mani di Grillo e dell’M5S più che del Pd di Pierluigi Bersani o del Pdl di Silvio Berlusconi.

Se in qualche modo il tentativo di Bersani o un “governo del presidente” dovessero trovare un appoggio anche solo “per punti” di M5S in grado di rompere l’empasse politica e rinviare le elezioni del tempo sufficiente a modificare la legge elettorale, tagliare i costi della politica (mossa altamente simbolica per quanto materialmente poco influente sull’andamento dei conti pubblici) e almeno avviare qualche nuova “lenzuolata” di liberalizzazioni con le quali poter più agevolmente contrattare un allungamento dei tempi necessari al raggiungimento degli obiettivi concordati in sede comunitaria, come già fatto dalla Spagna (ma anche dalla Francia), gli investitori potrebbero tornare ad apprezzare i titoli di debito italiani.

In caso contrario Mario Draghi, numero uno della Bce, è pronto a stendere una rete di protezione facendo scattare gli acquisti previsti dall’OMT. Ma perché questo avvenga sarebbe necessaria una maggiore pressione da parte dei mercati perché il governo in carica si impegni ad accettare ulteriori impegni e condizioni in cambio dell’aiuto. Il che significherebbe contemporaneamente quotazioni molto più sacrificate delle attuali per i titoli di stato italiani e il rischio di nuove tensioni sociali in assenza di quei segnali di cambiamento la cui assenza ha favorito il boom elettorale di Grillo.

Comunque vada nell’immediato il consiglio  più corretto sembra nuovamente quello di mantenersi su scadenze brevi, o preferire strumenti a tasso variabile rispetto a quelli a tasso fisso (ad esempio i Ccteu, che oggi hanno segnato un rendimento al 2,95% sui due anni, dal precedente 2,55%, e del 3,03% sui 3 anni), se si vuole rimanere in Italia. Altrimenti puntare sui Bonos in vista di un possibile nuovo “sorpasso” dei titoli di Madrid ai danni di quelli italiani, ovvero sui Bund tedeschi se temete lo scenario possibile, quello di un’uscita dell’Italia dall’euro cui per ora gli analisti finanziari non assegnano una probabilità superiore al 5% ma che un’eventuale prolungato stallo politico potrebbe far tornare d’attualità.

Luca Spoldi

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