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Economia

Truffa in danno agli azionisti. Spunta un nuovo reato tra gli atti dell'inchiesta Montepaschi-Antonveneta che i tre giovani Pm senesi portano avanti con la consapevolezza di maneggiare materiale molto sensibile. Quasi esplosivo. La nuova ipotesi di reato trova una indiretta conferma nelle parole di Fabrizio Viola, amministratore delegato di Banca Mps. Il documento sui derivati al centro dello scandalo "non risultava prima del suo rinvenimento agli atti della Banca" dice. Pertanto, aggiunge, "non risultava segnalato in alcun modo alla Banca d'Italia". Sembrano tecnicismi. Ma questa è una storia che nei tecnicismi nasconde quelle che sembrano essere speculazioni finanziarie scriteriate ai danni, appunto, di una banca e dei suoi correntisti. La procura di Siena prosegue l'attività istruttoria cercando di tenere lontano e fuori speculazioni politiche, elettorali e fughe di notizie che sarebbero molto più che dannose".

Questo è lo spirito nel palazzo di giustizia senese a due passi da quella Rocca Salimbeni che da oltre cinque secoli custodisce il magnifico isolamento e, fino ad oggi, la altrettanto magnifica ricchezza del Monte dei Paschi. I pm Nastasi, il più anziano titolare del fascicolo, Grosso e Natalini riescono ad essere tanto cortesi quanto decisi: "Stiamo facendo attività istruttoria e non possiamo dire nulla perchè ne va della buona riuscita dell'indagine". Oggi forse il procuratore si deciderà a fare un comunicato. Nell'attesa si cerca di mettere insieme i passaggi salienti dell'inchiesta. Gli indagati sarebbero otto. Ai primi quattro nomi iscritti al registro il 9 maggio 2012 - data del primo blitz del Nucleo tributario della Guardia di Finanza - e che sono l'ex direttore generale Antonio Vigni e gli ex sindaci Tommaso Di Tanno, Leonardo Pizzichi e Pietro Fabretti, nel corso di questi mesi sono stati aggiunti l'ex numero uno di Abi Giuseppe Mussari e altri dirigenti dell'istituto di credito e della Fondazione che controlla il Monte.

Le ipotesi di reato raccontano il perimetro dell'indagine. Si contesta l'ostacolo ai controlli della vigilanza, cioè le omesse comunicazioni agli organismi di vigilanza (Consob e Bankitakia) che non sarebbero stati informati per tempo e secondo i criteri stabiliti dalla legge sulle operazioni finanziarie messe in atto dai vertici dell'istituto di ceduto. Si contesta il falso in bilancio, ovverosia l'aver usato artifici per camuffare le reali manovre dietro l'acquisizione di Antonveneta da parte di Mps (luglio 2007 l'annuncio, estate 2008 la definizione). Risultano poi la turbativa di mercato e l'aggiotaggio. Infine, novitÖ di ieri, la truffa in danno degli azionisti. Che saranno anche stati informati per tempo delle operazioni finanziarie (½Risulta tutto scritto nei bilanci» si ß più volte difeso l'ex presidente della Fondazione e poi di Mps, Mussari) ma non di tutto quello che c'era dietro. Come confermano le parole di Viola.

E anche una quindicina di esposti, ora allegati agli atti dell'indagine, di altrettanti azionisti del Monte che fin dal 2008 chiedevano conto a Consob e Bankitalia di quello che stava facendo Mussari. Ieri ha voluto parlare in chiaro anche il presidente di Mps, Alessandro Profumo arrivato alla Rocca nella primavera scorsa quando stava per scoppiare il bubbone: "Antonveneta è stata pagata troppo. Era stata offerta anche a noi di Unicredit ma 9 miliardi erano troppi, dicemmo no". L'inchiesta, che oggi viene usata come arma nella campagna elettorale, riguarda infatti l'acquisizione della banca padovana da parte di Mps nel novembre 2007. Con un blitz il Monte guidato da Giuseppe Mussari, e controllato dalla Fondazione presieduta da Gabriello Mancini, l'8 novembre annuncia l'acquisizione di Antonveneta per una cifra di 9 miliardi che diventano 10,3. La parte venditrice è il Banco Santander che appena due mesi prima aveva acquisito l'istituto padovano per 6,6 miliardi. Gli spagnoli guadagnano oltre tre miliardi in appena due mesi.

L'acquisto viene perfezionato tra il 2008 e il 2009 e nella compravendita entra un'esborso, ancora da precisare, di altri otto miliardi, forse a copertura dei debiti Antonveneta. Tutto cash e senza due diligence. Agli atti dell'inchiesta spunterebbero anche i riscontri di un accordo non scritto tra senesi e spagnoli per tenere il prezzo coså alto. Perchè l'investimento finale del Monte per diventare il terzo gruppo bancario italiano potrebbe risultare alla fine vicino ai 18 miliardi. Una cifra enorme, pagata all'estero, come abbiamo scritto ieri, con bonifici effettuati in undici mesi. Una cifra coperta con aumenti di capitale, obbligazioni (il fresh di un miliardo con JP Morgan), operazioni ad altissimo rischio (i derivati) per sanare la voragine nei conti. Il reperimento delle risorse ß l'altro capitolo su cui indagano i magistrati. Che hanno a disposizione una vera miniera di informazioni: il server della banca (sequestrato nel luglio 2010 nell'ambito di un'altra indagine che ha coinvolto Mussari), miliardi di dati che vengono incrociati e passati al setaccio.

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