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Economia
Cina, Jinping gioca la carta dei servizi. Così Pechino prepara il nuovo piano quinquennale

Da tempo i maggiori imprenditori cinesi vanno ripetendolo: il tredicesimo piano quinquennale, destinato a tracciare le linee guida per periodo 2016-2020 e che dovrebbe essere approvato questo autunno dal governo cinese, sarà cruciale per lo sviluppo del paese, che già ora nonostante la raffica di tagli dei tassi d’interesse (cinque consecutivi dallo scorso novembre a oggi) e la (doppia) svalutazione dello yuan di prima di Ferragosto (del 5,5% complessivo, anche se poi sul mercato la valuta cinese ha recuperato arrivando a cedere attorno al 3% contro dollaro, peraltro dopo una galoppata che nel corso degli ultimi anni aveva visto lo yuan risalire del 18,5%), fatica a rimanere in linea con l’obiettivo fissato dal piano attuale, ossia una crescita annua del 7% del Pil, già limato dal 7,5% su cui era stato impostato il piano quinquennale precedente a quello che si concluderà a fine anno.

Lo scorso anno il Pil cinese è arrivato a rappresentare il 16,71% dell’economia mondiale (ossia oltre 10,36 triliardi di dollari), con una crescita del 7,4% rispetto all’anno precedente (che si era invece chiuso con un Pil in aumento del 7,7%), già risultato il tasso di crescita più modesto degli ultimi 24 anni. Sembra passato un secolo da quando l’Ocse (nel marzo 2013) prevedeva che Pechino potesse crescere “almeno fino al 2020” ad un tasso medio annuo dell’8%: ora la World Bank parla di una crescita del 7,1% quest’anno, del 7% l’anno prossimo e del 6,9% nel 2017, mentre lo stesso Ocse, più prudente, punta su un +6,8% quest’anno e un +6,7% nel 2016.

Così sarà importante capire dove il partito comunista cinese proverà a indirizzare l’economia e quali obiettivi fisserà per il prossimo quinquennio da cui potrebbe dipendere anche il destino della coppia Xi Jinping (il presidente della repubblica e segretaro generale del partito comunista cinese) - Li Keqiang (il premier cinese), col primo che da qualche giorno ha iniziato a lanciare accuse di “immobilismo” e di eccessive “divisioni” tra i dirigenti cinesi e il secondo che potrebbe finire col diventare il capro espiatorio, anche se il rallentamento della crescita cinese appare strutturale e inevitabile per quella che un tempo era un’economia “emergente” ma ormai è in lotta con quella americana per risultare la prima economia mondiale assoluta.

Puntare sullo sviluppo della domanda interna al posto delle esportazioni e su riforme che liberalizzassero l’allocazione dei capitali e riformassero le aziende a controllo statale, rendendole in grado di guadagnare quote di mercato in casa e all’estero senza il supporto di continue commesse governative, era l’obiettivo annunciato da Li Keqiang ma rimasto in gran parte sulla carta, a causa delle resistenze interne al partito che con l’avanzare del libero mercato teme di perdere sempre più la presa su cospicue rendite economiche e politiche (un tema che in verità accomuna molte elites politiche anche in occidente, Italia compresa).Saprà il prossimo piano quinquennale rilanciare le riforme e far decollare il mercato interno o ci sarà un ritorno alla Cina che punta tutto quasi sulle sue esportazioni?

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