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Economia
Coronabond, garanzia anti-tempesta .Perché l’Italia deve portarli a casa

La crisi economica scatenata dalla pandemia di coronavirus potrebbe creare un deficit superiore ai mille miliardi di euro nell’Eurozona. Lo sostengono gli analisti di Unicredit, secondo cui lo shock economico legato all’interruzione di attività causate dai provvedimenti presi dai governi europei per fronteggiare l’emergenza sanitaria potrebbero richiedere misure straordinarie, a livello nazionale e comunitario, che porteranno ad un disavanzo di Eurolandia attorno all’11% del Pil aggregato, ben al superiore dunque a quello creatosi nel 2008/2009.

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In un simile scenario, il Pil italiano potrebbe crollare quest’anno del 15%, con un rapporto deficit/Pil che schizzerebbe al 12,2% e un deficit di 186 miliardi di euro a fine anno. Per fare un confronto, nel 2009 il Pil italiano si era contratto del 5,3% rispetto ai livelli toccati a fine 2008 (e da allora mai più raggiunti, ndr), mentre il rapporto deficit/pil non era andato oltre il 5,1%. Secondo gli esperti di Unicredit, tra i due terzi e oltre i quattro quinti (65%-85%) del maggiore deficit Ue alla fine sarà finanziato ricorrendo a emissioni di debito sul mercato, dunque attraverso titoli di stato, mentre il restante importo troverà sostegno da altre fonti (prestiti e altri strumenti). In soldoni si tratterebbe di 750-790 miliardi di nuove emissioni di titoli pubblici, ossia dell’equivalente praticamente dell’intero programma di quantitative easing varato dalla Bce in risposta alla crisi.

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Tra i singoli paesi, Germania, che può godere di una curva dei tassi ancora totalmente in territorio negativo, e Francia, dove la curva è in territorio negativo sino a 8 anni, mentre pagano tassi tra lo 0,03% a lo 0,884% all’anno i titoli con durate tra 9 e 50 anni, hanno già segnalato che contano di finanziare le maggiori spese prevalentemente ricorrendo a titoli a breve termine, proprio come fecero nel 2008-2009. Questo anche perché, soprattutto la Germania, i due paesi godono di uno stock di titoli a breve termine ancora modesto e possono dunque sperare in una forte e stabile domanda (e sul fatto che la stessa Bce si è detta pronta ad acquistare questo tipo di emissioni, ndr).

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L’Italia, che dopo gli ultimi rialzi dei rendimenti vede in territorio negativo solo le emissioni non superiori ai 3 mesi di scadenza (mentre già deve pagare tra lo 0,22% e il 2,61% per trovare sottoscrittori alle proprie emissioni di bond tra 6 mesi e 50 anni) potrebbe non essere così fortunata, anche perché parte da uno stock di Bot e Ctz piuttosto consistente e pari, a fine febbraio, a quasi 177 miliardi di euro (di cui oltre 118 solo di Bot) secondo i dati del Tesoro italiano. Per questo l’Italia ha un evidente bisogno di strumenti come i “coronabond” o altre soluzioni che consentano una mutualizzazione almeno parziale del debito che si dovrà contrarre per superare l’emergenza sia di “fase uno” (il lockdown attualmente in corso) sia di “fase due” (la ripartenza graduale delle attività economiche italiane, che per alcuni settori potrebbe richiedere anche un anno o più).

Ad oggi pensare che dall’Eurogruppo di domani possa venire un via libera “tout court” all’emissione di Eurobond è semplicemente irrealistico, semmai ci potrà essere un mix di misure straordinarie di vario tipo che metta comunque centinaia di miliardi di euro a disposizione delle diverse economie dell’eurozona. In particolare, come ricordato anche da uno studio di Goldman Sachs, sono quattro alternative sul tavolo a partire da un accesso semplificato ai prestiti del Mes, che elimini le condizioni ex-ante per accedere a finanziamenti fino al 2% del Pil di ciascun paese membro (che li attiverebbe a propria discrezione).

(Segue...)

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