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Economia

Di Raffaele Lungarella e Francesco Vella*

Dalle piattaforme elettorali per le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, si ricava l’impressione di impegni generici, a volte semplici slogan. Anche quando le proposte sono più puntuali, come quelle del Partito Democratico, non è facile capirne le potenzialità e i tempi per l’attuazione.
 

Due recenti articoli su www.lavoce.info (v. De Nardis, L’eredità della crisi -  D. Gros, Quella bassa produttività del capitale in Italia) mettono ancora una volta l’accento sui tempi lunghi della ripresa (molto più lunghi di quanto si dica in questa campagna elettorale), e sul disperato bisogno di crescita delle imprese attraverso la creazione di un efficiente mercato dei capitali. È utile, allora, verificare il grado di attenzione che i partiti riservano nei loro programmi elettorali alle piccole e medie imprese e all’importanza che esse rivestono nel nostro sistema industriale, per vedere quali siano, in concreto, le misure proposte per incentivarne lo sviluppo.
 Il riferimento a queste imprese è assente nei dieci periodi (tutti iniziano con “Vogliamo”) che costituiscono il manifesto elettorale di Rivoluzione civile. Per Beppe Grillo “Il piccolo e medio imprenditore italiano è l’uomo dell’anno”, immortalato sul suo sito come un San Sebastiano trafitto da tasse e burocrazia, in una finta copertina di Time. Ma nel documento del Movimento 5 Stelle non si fa alcun accenno a questo segmento del sistema economico. I programmi delle due forze politiche sono molto scarni e didascalici e appaiono poco interessati a proposte concrete e verificabili.

Le piccole e medie imprese non trovano posto neanche nei dieci interventi per la crescita proposti da Fare per fermare il declino, il cui programma, incentrato principalmente sulla finanza e debito pubblico, presenta, però, su altri punti, proposte molto approfondite. Gli altri partiti e movimenti politici per i quali sono reperibili, in rete, programmi o materiali elettorali, pur non trascurando completamente l’argomento, riservano alle piccole e medie imprese enunciazioni frequentemente generiche, con scarse indicazioni che prefigurino la loro traduzione in policy specifiche.

 L’ottavo paragrafo del manifesto elettorale del Popolo della libertà-Lega Nord, elenca i titoli degli argomenti che dovrebbero attestare il suo sostegno alle imprese, al lavoro e alle professioni. Per la “centralità delle Pmi nel modello di sviluppo italiano”, si propone in generale lo sviluppo dei distretti industriali e delle reti d’impresa, senza , però, alcuna indicazione operativa. Non si va oltre la mera enunciazione del proposito di favorire le imprese di giovani imprenditori con meno di 35 anni con “vantaggi fiscali” per tre anni (ma non si specifica se le imprese devono essere di nuova costituzione o già esistenti) e di quello di introdurre un sistema di bonus malus nella determinazione dei premi assicurativi Inail contro gli infortuni.
 

PIÙ FONDI, MA COME?
 
È esiguo lo spazio che alle piccole e medie imprese è riservato nell’agenda Monti. Per memoria viene segnalato che le imprese di piccola dimensione faticano a “uscire dal mercato domestico” e per proiettarsi sui mercati esteri “hanno bisogno di consulenza giuridico-economica adeguata e di informazioni sui nuovi mercati di sbocco”. Nel documento dell’attuale presidente del Consiglio viene, giustamente, rivendicata l’introduzione di un regime per le start-up (LINK F. Vella, Quello che serve alle start-up; R. Lungarella, Nuove regole per futuri imprenditori): se i risultati saranno incoraggianti “si potrà pensare a sostenere ulteriormente le piccole imprese innovative, anche aiutando l’emergere di un vero mercato dei capitali di rischio, in particolare seed capital, che aiuti giovani nella primissima fase di avvio della loro impresa”; e se non lo saranno? Anche il programma elettorale del Centro democratico fa un riferimento alle start-up: per promuoverle si ipotizza un regime fiscale agevolato.

 Il documento L’Italia Giusta, con le linee guida della coalizione Pd-Sel, contiene questa sola frase: “Bisogna inoltre dare più forza e prospettiva alle nostre piccole e medie imprese aiutandole a collegarsi fra loro, a capitalizzarsi, ad accedere alla ricerca e alla internazionalizzazione”. Per ottenere informazioni sugli strumenti ai quali il Partito democratico ricorre per raggiungere l’obiettivo è necessario riferirsi a una posizione, “Pensare al piccolo per crescere in grande”, approvata dall’assemblea nazionale del partito l’8/9 ottobre del 2010, cioè due anni e mezzo fa; lo scorso 26 gennaio è stato, poi, pubblicato sul sito del partito un altro documento dal titolo “L’Italia digitale”, che ritorna sull’argomento mettendo in risalto la positività della recente normativa sulle nuove imprese innovative, ma ritenendo, al tempo stesso e in forma generica, che debba essere migliorata.

 Il Partito democratico individua, in maniera più articolata rispetto a quanto hanno fatto gli altri partiti, un insieme di misure per intervenire in ambiti tematici ritenuti maggiormente influenti sullo sviluppo della piccola e media impresa. Particolare attenzione viene riservata al rapporto con il sistema creditizio e al sostegno della loro patrimonializzazione e capitalizzazione, attraverso il ricorso ai consorzi fidi e a fondi territoriali di garanzia e di microfinanza pubblico/privati, fondi regionali di venture capital sul modello francese (verosimilmente nel documento ci si riferisce ai Fondscommun de placementdans l’innovation) e fondi di rotazione. Dalle brevi descrizioni che di questi strumenti viene fatta non è, però, agevole prefigurarne il funzionamento. Inoltre la loro attivazione sembra più finalizzata a facilitare l’accesso al credito che alla raccolta di capitale di rischio delle imprese.

Nel documento del 2010 sono rubricati come fondi rotativi “fondi in capitale di rischio sui modelli dei Fondi di garanzia che, in maniera terza, garantiscano l’accesso al credito con un finanziamento minimo a sette anni”, mentre i fondi di garanzia e di microfinanza dovrebbero essere: “destinati al credito per le Pmi del territorio, alimentati con l’emissione di obbligazioni e azioni da parte delle aziende nei distretti e nelle reti (Finanziaria 2009)”. La struttura di questi fondi non è di immediata percezione. Sembrerebbe che il patrimonio con il quale un fondo di garanzia rilascia fideiussioni alle banche finanziatrici delle imprese possa essere costituito da azioni e obbligazioni delle stesse imprese: se così fosse, difficilmente gli istituti di credito sarebbero disposti ad accettare quelle fideiussioni. Una certa mescolanza di funzioni è evidente anche nei fondi rotativi. Normalmente, questi erogano i finanziamenti, e andrebbe meglio specificato come possa operare un fondo rotativo che sottoscrive quote rappresentative del capitale di rischio e come possa operare “sui modelli dei fondi di garanzia”: la garanzia dovrebbe coprire il rendimento del capitale o la sua restituzione, annullando, in entrambi i casi, il rischio.
 

UN METODO DIVERSO
 
In sostanza, dalla piattaforme elettorali si ricava l’impressione di impegni generici (in alcuni casi solo slogan) e anche dove si trovano proposte più puntuali, come quelle del Partito democratico, non è facile capirne le potenzialità e i tempi per l’attuazione.
 La crescita, ovviamente, non dipende solo da provvedimenti specifici, anzi conta molto di più il contesto istituzionale in grado di offrire un ordinamento funzionale allo sviluppo dimensionale delle imprese. (1) Ma, proprio per questo, sul piano del metodo non sarebbe male cominciare con i programmi elettorali, dove chi aspira al mestiere del futuro legislatore indichi chiaramente obiettivi generali, strumenti per declinarli, tempi previsti e modalità per controllarne e verificarne la concreta attuazione. È chiedere troppo?

*Da Lavoce.info

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