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La Bce si prepara ad avviare l’Asset quality review (Aqr), lo stress test che dalle prossime settimane e fino a dopo l’estate del 2014 vedrà Eurotower rivoltare come calzini i bilanci di 15 istituti italiani (oltre che di 24 istituti tedeschi, 16 spagnoli, 13 francesi, 7 olandesi, 6 austriaci, 6 belgi, 6 lussemburghesi, 5 irlandesi, 4 ciprioti, 4 greci, 4 portoghesi, 3 estoni, 3 finlandesi, 3 lituani, 3 sloveni, 3 slovacchi e un istituto maltese, per un totale di 126 banche), imponendo loro un Common Equity Tier 1 dell’8% e prevedendo che siano considerati “non performing loan” i crediti scaduti da oltre 90 giorni, criterio già adottato da Banca d’Italia e di recente proposto anche dall’Eba, mentre non è ancora detta l’ultima parola sulla ponderazione per il rischio dei bond sovrani in portafoglio (anche se dalle ultime dichiarazioni sembra ormai prevalere l’idea di mantenere una ponderazione nulla, ossia classificare questo tipo di asset tra quelli a “rischio zero”).

Ogni banca si prepara come può, razionalizzando la rete, cedendo partecipazioni non strategiche e crediti “a rischio” per fare cassa, varando nuove operazioni di “liability management”, raccogliendo mezzi freschi o con un mix di tutte queste misure. Unicredit e Intesa Sanpaolo sono ben oltre i requisiti minimi (Piazza Cordusio a fine settembre poteva vantare un Common equity tier 1 pari al 9,83%, Intesa Sanpaolo addirittura all’11,2%), così come Mps (11,1% dall’11% di fine giugno a fronte di “asset a rischio” in calo di 3 miliardi nel terzo trimestre), Banco Popolare (11,1%) e Ubi Banca (che vantava un indice “superiore al 10% e in ulteriore rafforzamento”).

Senza problemi particolari anche Mediobanca (11,5%), come pure non sembrano essere emerse specifiche criticità al termine del recente incontro in Banca d’Italia tra Ignazio Visco e i vertici delle altre nove banche italiane (Credito Valtellinese, Credito Emiliano, Bper, Icreaa, Banca Popolare di Sondrio, Banca Carige, Popolare di Vicenza e Veneto Banca) che saranno sottoposte da Mario Draghi allo stress test europeo. Il che non significa che sia tutto risolto, visto che proprio Via Nazionale nel suo ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria ha segnalato “per alcuni intermediari un fabbisogno di capitale di 1,2 miliardi” complessivo.

 

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Chi dovrà chiedere soldi al mercato è già noto: Mps deve raccogliere 2,5 miliardi anche per poter rimborsare 3 miliardi di “Monti bond”, potendo lanciare l’operazione a inizio 2014, intorno a giugno o a fine anno (ma l’amministratore delegato Fabrizio Viola ha già fatto notare che “più passa il tempo più l’operazione diventa difficile”); Bpm dovrebbe raccogliere 500 milioni entro la primavera del prossimo anno; il neo amministratore delegato di Banca Carige, Piero Montani, ha confermato la necessità di un aumento ma non ha voluto fornire indicazioni sull’ammontare, che il mercato si aspetta attorno agli 800 milioni, né sulla tempistica.

Altrettanto noto è che i due “big” italiani vogliono restare alla finestra, Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha anzi precisato come l’istituto non intenda “partecipare a consolidamenti in Italia e in Europa” (smentendo così ogni voce di un interesse per Siena). Semmai UniCredit e Intesa Sanpaolo proseguirano nella razionalizzazione della rete (la prima è impegnata a chiudere 350 filiali entro il 2015, la seconda sta riorganizzando la Banca dei Territori, avendo già accorpato 900 filiali su 1.300 coinvolte nell’operazione).

*BRPAGE*

Degli altri nomi Veneto Banca (il cui Tier 1 ratio a fine settembre era pari al 7% applicando le regole di Basilea III, dunque sotto l’8% prescritto) dovrà quanto prima vendere crediti in sofferenza, immobili e di asset non strategici per almeno 250 milioni di euro dopo aver già contabilizzando nel primo semestre dell’anno 209 milioni di euro di accantonamenti e non è da escludere opti per una conversione almeno parziale del prestito obbligazionario convertibile da 350 milioni di euro emesso lo scorso febbraio, dopo aver già aumentato il capitale di 210 milioni l’anno passato (conversione che se fosse totale aumenterebbe il Tier 1 di circa l’1,4%).

Più in generale gli analisti si attendano una riduzione dei portafogli di “carry trade” (in particolare di Banca Carige e Credem, entrambe esposte per oltre il 20% contro una media di settore del 7%), approfittando degli ulteriori recuperi messi a segno dai titoli governativi italiani (per 415 miliardi di euro in pancia alle banche tricolori) e non, e nuovi accantonamenti che potrebbero essere proporzionalmente più “dolorosi” per istituti come Creval e Bper (che vedono il Tier 1 viaggiare appena sopra l’8%), oltre che nel caso di Carige e Banco Popolare. Una situazione dunque solo apparentemente non problematica, che nasconde in realtà una molteplicità di problemi da affrontare con determinazione ma al tempo stesso senza calcare troppo la mano.

In caso contrario si rischierebbe l’esplodere di nuovi focolai di crisi in un paese come l’Italia che per l’Ocse vede già oggi le banche praticare “tassi significativamente più alti che in altri Paesi dell’area euro” che stanno contribuendo a far calare la domanda di nuovo credito ma che forse, avverte l’Ocse, nascondono “limitazioni anche all’offerta di prestiti, il che frena gli investimenti e forse i consumi”, ossia le due principali componenti della crescita, quella stessa crescita la cui assenza da anni è alla base del continuo peggioramento del rapporto debito/Pil, che a sua volta induce il governo, non riuscendo a varare riforme strutturali, a proporre nuovi aumenti d’imposta e tagli di spesa, col rischio di un nuovo avvitamento della crisi senza che le banche possano offrire alcun sostegno.

Luca Spoldi

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La Bce si prepara ad avviare l’Asset quality review (Aqr), lo stress test che dalle prossime settimane e fino a dopo l’estate del 2014 vedrà Eurotower rivoltare come calzini i bilanci di 15 istituti italiani (oltre che di 24 istituti tedeschi, 16 spagnoli, 13 francesi, 7 olandesi, 6 austriaci, 6 belgi, 6 lussemburghesi, 5 irlandesi, 4 ciprioti, 4 greci, 4 portoghesi, 3 estoni, 3 finlandesi, 3 lituani, 3 sloveni, 3 slovacchi e un istituto maltese, per un totale di 126 banche), imponendo loro un Common Equity Tier 1 dell’8% e prevedendo che siano considerati “non performing loan” i crediti scaduti da oltre 90 giorni, criterio già adottato da Banca d’Italia e di recente proposto anche dall’Eba, mentre non è ancora detta l’ultima parola sulla ponderazione per il rischio dei bond sovrani in portafoglio (anche se dalle ultime dichiarazioni sembra ormai prevalere l’idea di mantenere una ponderazione nulla, ossia classificare questo tipo di asset tra quelli a “rischio zero”).

Ogni banca si prepara come può, razionalizzando la rete, cedendo partecipazioni non strategiche e crediti “a rischio” per fare cassa, varando nuove operazioni di “liability management”, raccogliendo mezzi freschi o con un mix di tutte queste misure. Unicredit e Intesa Sanpaolo sono ben oltre i requisiti minimi (Piazza Cordusio a fine settembre poteva vantare un Common equity tier 1 pari al 9,83%, Intesa Sanpaolo addirittura all’11,2%), così come Mps (11,1% dall’11% di fine giugno a fronte di “asset a rischio” in calo di 3 miliardi nel terzo trimestre), Banco Popolare (11,1%) e Ubi Banca (che vantava un indice “superiore al 10% e in ulteriore rafforzamento”).

Senza problemi particolari anche Mediobanca (11,5%), come pure non sembrano essere emerse specifiche criticità al termine del recente incontro in Banca d’Italia tra Ignazio Visco e i vertici delle altre nove banche italiane (Credito Valtellinese, Credito Emiliano, Bper, Icreaa, Banca Popolare di Sondrio, Banca Carige, Popolare di Vicenza e Veneto Banca) che saranno sottoposte da Mario Draghi allo stress test europeo. Il che non significa che sia tutto risolto, visto che proprio Via Nazionale nel suo ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria ha segnalato “per alcuni intermediari un fabbisogno di capitale di 1,2 miliardi” complessivo.

 

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