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Economia
Esenzione Imu sulla prima casa: la Corte dei conti chiede l’abolizione

 

“Con l’esenzione dell’abitazione principale la principale imposta comunale finisce per colpire numerosi soggetti per i quali il virtuoso circuito tra tassazione e rappresentanza politica si interrompe”. E’ quanto afferma la Corte dei Conti nel Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica che contiene diverse affermazioni tra le quali hanno fatto scalpore quelle riferite al sistema sanitario nazionale. In quel caso i magistrati contabili hanno evidenziato le conseguenze dovute alla graduale riduzione della spesa pubblica per la sanità e il crescente ruolo di quella a carico dei cittadini, la contrazione del personale a tempo indeterminato e il crescente ricorso a contratti a tempo determinato o a consulenze, la riduzione delle strutture di ricovero ospedaliere e l’assistenza territoriale e il rallentamento degli investimenti.

Il Rapporto contiene ulteriori importanti riflessioni che inevitabilmente dovranno indurre il Governo a tenerne conto in occasione dei prossimi interventi. La Corte rileva, per esempio, sul fronte della tassazione delle amministrazioni locali, che già nel 2011 si prevedeva un riordino e una semplificazione del quadro tributario. Invece, nel corso degli anni, molti dei provvedimenti originariamente inseriti nel decreto sono stati disattesi. I Comuni, infatti, percepiscono dai quattro tributi principali risorse per circa 15 miliardi, con la parte preponderante esercitata dall’IMU, mentre i cosiddetti “tributi minori”, garantiscono complessivamente, un gettito inferiore a 1 miliardo di euro. Il sistema, quindi è caratterizzato ancora da a tributi che hanno un collegamento con basi imponibili di natura immobiliare.

Tale sistema presenta il vantaggio di ricollegare in modo diretto la contribuzione con il beneficio della fruizione dei servizi comunali, ma per effetto dell’esenzione della prima abitazione, la relazione tra appartenenza territoriale e fruizione dei servizi viene meno producendo una distorsione del meccanismo contributivo. Nello stesso rapporto si evidenzia, inoltre, la necessità di rivedere i meccanismi perequativi che, allo stato attuale, non assicurano la corretta modalità di distribuzione poiché non è ancora stata effettuata una differenza tra le funzioni fondamentali e le altre. Si ottiene così il risultato di finanziare sistemi che non garantiscono la parità di condizioni di accesso alle funzioni fondamentali, ma che consolidano le differenze esistenti tra le diverse aree territoriali.

Una parte rilevante del Rapporto è dedicata anche alla spesa per la previdenza e l’assistenza nella quale la Corte invita il Governo a “rileggere gli obiettivi e gli esiti delle importanti innovazioni normative introdotte con Quota 100 e Reddito di cittadinanza”. Secondo i dati ISTAT, infatti, nel 2019 la spesa complessiva per prestazioni sociali in denaro è stata pari a 361,2 miliardi, in crescita del 3,7 per cento su base annua e di 5 decimi di punto rispetto al PIL. Mentre la spesa per pensioni e rendite è risultata di oltre 275 miliardi, in aumento del 2,4 per cento annuo ed è stata pari al 15,4 del PIL.

Il Rapporto, infine, si occupa anche dell’esigenza di avviare una reale semplificazione amministrativa che non sia dettata esclusivamente da provvedimenti d’urgenza e deroga alle norme vigenti. Basti pensare nel 2019 le Regioni e gli Enti locali hanno contribuito in misura rilevante al conseguimento dell’obiettivo programmato di spesa per investimenti per 16 miliardi, con una crescita del 15,8 per cento rispetto al 2017 e dell’8,3 per cento rispetto al 2018. Ma perché ciò possa rappresentare un traino per l’economia del Paese è necessario chi gli interventi di snellimento abbiano carattere strutturale e stabile attraverso una “riforma di ampia portata delle procedure amministrative”. C’è da augurarsi che questa analisi puntuale e coraggiosa fornisca spunti utili per i prossimi interventi di riforma.

 

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