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Economia


Questo vuol dire che la presunta "ripresina" economica del vecchio continente non solo non è in grado di riassorbire la disoccupazione creata dalla crisi di questi ultimi cinque anni ed esacerbata dalla "cura letale" a base di repressione fiscale fortemente voluta dalla Germania, ma non è neppure in grado di stabilizzare i prezzi (che scendono per le continue pressioni competitive causate dal crollo della domanda interna e del reddito disponibile, oltre che per il calo delle quotazioni dei prodotti energetici). Ma se non c'è inflazione in vista e si continua a vedere una disoccupazione più alta di quanto desiderabile, Mario Draghi potrebbe quanto prima riuscire a convincere anche i membri più riottosi del board della Bce a votare a favore di una ulteriore limatura dei tassi d'interesse e magari a lanciare una terza Ltro per tranquillizzare definitivamente i mercati circa la solvibilità e la liquidità delle banche europee.

Sarebbe l'ennesima volta che Draghi "compra tempo" per consentire ai paesi membri di Eurolandia di fare le necessarie riforme strutturali (sia amministrative sia giuridiche) per consentire che la crescita torni a manifestarsi (nel caso italiano dopo 15 anni di totale latitanza) e ne beneficerebbero soprattutto i soggetti pubblici (come il Tesoro italiano o quello spagnolo o francese) e privati (come coloro che hanno acceso un mutuo o altro finanziamento a lungo termine a tasso variabile), nonché, indirettamente, le banche, che vedrebbero i titoli di stato di cui hanno pieni i forzieri di recuperare ulteriore valore. Meno contenti sarebbero probabilmente assicurazioni e fondi pensione, che contano più che sulla valorizzazione di mercato dei titoli sul rendimento offerto per garantire un rendimento soddisfacente, in futuro, ai sottoscrittori delle proprie polizze e fondi.

Se poi voleste provare ad approfittare degli alti e bassi dell'euro, nell'ipotesi che la Bce riduca i tassi e dunque indebolisca una valuta che a molti appare al momento troppo forte rispetto ai propri "fondamentali" (situazione potenzialmente molto deleteria anche in termini di flussi commerciali), il suggerimento non può che essere quello di continuare a preferire titoli azionari in euro ed eventualmente obbligazioni e titoli di stato (sempre in euro) a breve/media scadenza (non oltre i 5 anni di durata), magari con qualche piccola scommessa su prodotti (ETF o fondi obbligazionari) in grado di investire anche su titoli "lower tier 2", che già ora esprimono rendimenti molto più interessanti delle obbligazioni "senior" e dei titoli di stato.

Gli ultimi sviluppi degli scenari macro e di mercato sembrano infatti favorevoli ad una progressiva rifocalizzazione degli investitori dal tema della liquidità e solidità patrimoniale a quello della crescita di margini e utili. Un terreno dove l'Europa, proprio a causa della perdurante debolezza della sua economia, specie nella periferia Sud, potrebbe avere molto più terreno da recuperare rispetto ai mercati emergenti, al Giappone o agli Stati Uniti (tanto più che Wall Street ha già ripetutamente migliorato i propri massimi storici e potrebbe ora tirare il fiato per qualche settimana). Un rally di fine anno in salsa europea non sembra improbabile a questo punto, anche in caso di un nuovo calo dell'euro che stavolta non spaventerebbe nessuno.

 

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