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Economia


 

euro dollaro

Nonostante qualche dato macro che resta poco rassicurante per paesi del Sud Europa come l'Italia (che a dicembre incassa l'ennesimo calo della produzione industriale: -6,6% su base annua, appena meglio del -6,7% medio con cui si è chiuso il 2012), l'euro resta solido chiudendo la settimana poco sotto gli 1,35 dollari, mentre sembrano sempre più lontane le discussioni fattesi feroci ancora pochi mesi or sono circa la prospettiva di uno "spezzatino" dell'Eurozona e una conseguente rottura dell'euro, destinato secondo le ipotesi più estreme a ritrasformarsi nelle valute nazionali che lo originarono nel 2001 o quanto meno a ridursi a valuta comune di un'Europa del Nord corrispondente nei fatti all'area di influenza della "grande Germania".

Così qualche casa d'investimento inizia a chiedersi se non sia il caso di acquistare dollari (o asset in dollari come azioni, obbligazioni o anche titoli di stato, i cui rendimenti sono nel frattempo risaliti attorno al 2% per il decennale e sopra il 3,1% per il titolo a 30 anni), sfruttando il momento particolarmente favorevole della divisa europea. In realtà la forza dell'euro non è una sorpresa,  ma il frutto da un lato della repressione fiscale che sta riportando in avanzo primario i bilanci degli stati europei, dall'altro dalla decisione di alcune banche di iniziare a rimborsare parte dei prestiti ricevuti dalla Bce poco più di un anno fa attraverso le due LTRO con cui vennero forniti oltre 1.000 miliardi di euro a circa 800 istituti del vecchio continente per evitare il collasso del mercato del credito.

Un'operazione fortemente voluta da Mario Draghi, in questi giorni al centro di attacchi da parte della stampa americana, inglese e tedesca per le presunte omissioni in materia di vigilanza sul Monte dei Paschi di Siena quando era Governatore della Banca d'Italia, che è riuscita così bene che i tassi sia sui titoli di stato (anche di Italia e Spagna) sia sull'interbancario sono calati con decisione, al punto che chi può riesce ora a indebitarsi ad un tasso inferiore allo 0,75% che costa, al netto, il finanziamento a tre anni erogato dalla Bce.

Non solo: il recupero dell'euro, ha fatto notare Draghi a chi gli chiedeva se una eccessiva forza della valuta unica europea non costituisse una minaccia per le esportazioni, unica valvola di sfogo che finora ha tenuto in uno scenario altrimenti sempre più recessivo indotto proprio dalla repressione fiscale fortemente voluta da Berlino, costituisce un segnale di fiducia importante (ed in ogni caso, notano alcuni analisti, a 1,35 contro dollaro il cambio si è semplicemente riportato sul valore medio osservato dal 2004 a oggi), ma la Bce "monitorerà attentamente" ogni eventuale impatto sull'inflazione.

Draghi avrebbe forse voluto essere più esplicito e dire "ogni impatto sulla crescita", ma non può perché a differenza di quanto avviene nel caso della Federal Reserve, la banca centrale americana che nel proprio statuto ha la missione di garantire sia la stabilità dei prezzi sia la massimizzazione della crescita, la Banca centrale europea ha da statuto unicamente la finalità di garantire la stabilità dei prezzi (una scelta ideologica che ancora una volta paga un prezzo all'intransigenza tedesca in materia). Essendo di fatto impegnata a dimostrarsi agli occhi del mercato l'erede della Bundesbank (la banca centrale tedesca), la Bce potrebbe lasciar correre ancora un poco l'euro, prima di intervenire ad esempio con un'ulteriore limatura dei tassi di interesse (il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principale dallo 0,75% potrebbe essere portato allo 0,5%, eventualmente portando in territorio negativo, dallo zero attuale al -0,25%, la remunerazione sui depositi).

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