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Fatta la legge, aggirato l'ostacolo? Banca Carige, gruppo bancario vicino ai discendenti di Ferdinando Scajola, fondatore  nel dopoguerra della Dc ad Imperia (il figlio Alessandro, fratello dell'ex ministro Claudio, è vicepresidente dell'istituto dal 2001), fino al 2011 vedeva nel proprio board la presenza di Gabriele Galateri di Genola. Una presenza non casuale, visto che l'ex amministratore delegato di Ifil (e successivamente di Fiat), nominato dal 2003 al 2007 presidente di Mediobanca e poi passato a far parte del board di Generali (una delle due "province" storiche, con Rcs Mediagroup, del gruppo di Piazzetta Cuccia), di cui è attualmente presidente, rappresentava sino a quel momento un socio, Generali  appunto, che in quel momento sfiorava il 3% di Banca Carige, a sua volta azionista allo 0,6% del Leone di Trieste fino a inizio anno, quando la quota è stata ceduta integralmente con una plusvalenza "di circa 3-4 milioni" come ha ricordato di recente il presidente dell'istituto, Giovanni Berneschi.

Non bastasse, Galateri poteva presidiare "de facto" anche la quota della propria controllante, Mediobanca, tuttora azionista  dell'istituto ligure con l'8,48% (e destinata a occuparsi assieme a Banca Leonardo sia della cessione delle attività assicurative sia del consorzio di garanzia per il futuro aumento di capitale). Senonché le norme sull'incompatibilità per i consiglieri di amministrazione a sedere nei board di aziende concorrenti nel settore finanziario (come la stessa Generali e il gruppo Banca Carige, cui fanno capo Carige Assicurazioni e Carige Vita Nuova, attività che ora l'istituto intende cedere per non meno di 400-600 milioni di euro) presenti nel decreto Salva Italia varato dal governo Monti avevano indotto Galateri a uscire dal board (mentre Generali a fine 2011 limò la partecipazione in Carige dal 2,969% all'1,827%).

Tutto è ovviamente regolare: la legge è assolutamente rispettata e i legami "incestuosi" sono stati allentati. Ora però capita che nel consiglio d'amministrazione di Carige Italia, la newco creata lo scorso anno per gestire in maniera separata il business e le filiali fuori Liguria, è appena entrata Evelina Christillin, che guarda caso è la moglie di Gabriele Galateri di Genola. Certo, va notato che la Christillin non si occuperà in alcun modo della dismissione delle attività assicurative e che comunque la cessione (che sarà accompagnata da un accordo di bancassurance tra il gruppo ligure e il futuro acquirente delle attività medesime) sembrerebbe poter interessare principalmente qualche gruppo estero rimasto finora alla finestra o realtà italiane di media dimensione come Cattolica, non certo il leader di mercato, Generali (né tanto meno Unipol, impegnata nella riorganizzazione delle attività di Fondiaria-Sai).

Tuttavia i coniugi di Genola potrebbero dover usare qualche cautela nell'intavolare la sera le classiche chiacchiere familiari su come sia andata la rispettiva giornata di lavoro. Un problema che, del resto, avevano già avuto all'epoca dell'Opa di Lactalis su Parmalat Fabio Canè, a capo del private equity della divisione Corporate e investment banking di Intesa Sanpaolo (che nel 2011 aveva inutilmente provato a promuovere una cordata di imprenditori italiani disposti a rilevare Parmalat) e la moglie Patrizia Micucci (numero uno dell'investment banking in Italia di Societe Generale, con cui Lactalis aveva stipulato contratti di equity swap su azioni Parmalat). Se va di questo passo al classico motto "tra moglie e marito non mettere dito" sarà forse il caso di sostituire un più pragmatico "tra moglie e marito non mettere un dossier finanziario".

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