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Economia


 

gabriello mancini

Del senno di poi son piene le fosse, ma anche a Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Montepaschi, qualcuno inizia a chiedersi se la gestione del presidente Gabriello Mancini (nella foto) sia esente da colpe nella vicenda che ha finito col coinvolgere la controllata Mps, alla cui guida, come presidente, è stato per sei anni Giuseppe Mussari dopo cinque anni passati ai vertici della stessa Fondazione, nata nel 1995, cinque anni dopo il varo della legge Amato-Ciampi che sancì lo scorporo in due diverse entità delle funzioni di diritto pubblico dalle funzioni imprenditoriali, ossia delle fondazioni dalle banche ex pubbliche.

I numeri sembrano del resto parlare chiaro: il bilancio 2006 venne chiuso con un avanzo d'esercizio di 265,3 milioni di euro (a fronte di dividendi per 285,6 milioni e a 18,6 milioni di interessi su titoli e gestione della liquidità) ed un patrimonio netto contabile dei 5,244 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 2,7 del primo esercizio amministrativo, chiuso nel 1996 come ricordato dalla stessa Fondazione nel proprio sito istituzionale. Due anni dopo, nel 2008, il bilancio veniva chiuso con un avanzo d'esercizio di 340,5 milioni di euro (in calo dai 401,3 milioni del 2007) ed un patrimonio netto contabile che supera di 5,511 miliardi di euro  (dal picco di 5,389 nel 2007).

Tutto bene? Mica tanto, non solo perché si era già sull'orlo del baratro aperto dal crack di Lehman Brothers (avvenuto nell'ottobre del 2008) ma perché come segnalava la Fondazione, la partecipazione in Mps "iscritta ad un valore di carico di 3,32 miliardi di euro (1,30 nel 2007) per le azioni ordinarie, oltre a quelle di risparmio (27,7 milioni) e alle privilegiate (1,46 miliardi)" per un "totale dunque 4,80 miliardi" costituiva "il 71,5% del capitale investito". I dividendi percepiti da Mps erano nel frattempo saliti a 376,6 milioni di euro,  rappresentando "il 65,9% del totale dei proventi lordi (305,6 milioni nel 2007, pari al 61,8%)".

Ma tanto "il valore di mercato delle sole azioni ordinarie al 31 dicembre 2008 era di 3,9 miliardi di euro, con una plusvalenza teorica pari a 566,1 milioni (831,5 anche con le privilegiate)". Così nessun campanello d'allarme scattò. Poi vennero le crisi, prima quella causata dal già ricordato crack di Lehman Brothers, poi dal debito sovrano greco e dal successivo "contagio" agli altri PIIGS europei. Così già il bilancio 2010 si chiudeva con un disavanzo di 128,4 milioni di euro (nel 2009 l'avanzo di esercizio, pur in calo, era stato di 62,5 milioni) mentre il patrimonio netto contabile calava ancora a 5,407 miliardi (5,534 nel 2009). Ma la Fondazione rassicurava: "la consistenza del patrimonio è comunque più del doppio rispetto ai 2,7 miliardi del primo esercizio amministrativo del 1996".

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