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piergiorgio peluso

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UniCredit pretese il cambio di governance come precondizione per entrare a marzo 2011 in Fondiaria-Sai e sottoscrivere l'aumento di capitale che la fece salire al 6,7% del capitale della compagnia per salvare i propri crediti. E i Ligresti accettarono, proponendo pochi mesi dopo (e cogliendo così la palla al balzo, perché proprio la gestione dei crediti con le banche era diventato il punto debole della galassia societaria della famiglia siciliana) proprio l'ex UniCredit Piergiorgio Peluso. Banchiere bocconiano, classe 1968 ora direttore finanziario di Telecom, a cui affidarono, con il fiato sul collo della banca, ampie deleghe del governo societario, quasi sovrapponibili a quelle dell'amministratore delegato Emanuele Erbetta.

Una scelta che, fanno notare i commentatori della vicenda FonSai, fece contenti tutti: UniCredit, perché Peluso (avendo gestito i rapporti della banca con le società della galassia Ligresti fin dai tempi pre-fusione in Capitalia, rapporti proseguiti poi come capo del corporate&investment banking Italia di Piazza Cordusio) conosceva bene il dossier FonSai. Nella testa di Ghizzoni, era un banchiere con le skill giuste, capace di portare a compimento il delicato turn-around (che sarebbe andato in porto se non ci fosse stata la "tempesta perfetta" dei Btp) di Fondiaria-Sai. L'indicazione di Peluso fu gradita poi anche a Mediobanca, principale creditrice della compagnia assicurativa, che aveva fiducia nel giovane manager che pure conosceva, perché in passato Peluso, prima dell'esperienza Capitalia, aveva prestato servizio per quattro anni (dal '94 al '98) anche come senior analyst negli uffici di Piazzetta Cuccia. E, infine, fece contento Salvatore Ligresti che lo propose agli altri stake holder e che con Peluso si interfacciava ormai da alcuni anni e di cui sentì di fidarsi, perché c'erano anche dei legami extra-affari, di amicizia familiare di lunga data con la madre del manager. Quell'Annamaria Cancellieri, che di cognome da sposata fa Peluso, il ministro della Giustizia finito ora nell'occhio del ciclone per il caso della scarcerazione (in odore di conflitto d'interessi, secondo le accuse di alcuni partiti politici) di Giulia Ligresti. Allora, l'Ingegnere lo vide come l'uomo giusto, una sintesi perfetta che avrebbe potuto aiutarlo a tutelare gli interessi della propria famiglia, a turare le falle nei conti di FonSai, a rilanciare il business della compagnia assicurativa e a togliergli così, per il suo essere una figura di garanzia, le castagne dal fuoco nel rapporto con le banche.

Mediobanca Ligresti

Ma c'è anche un altro soggetto che rimase contento della stessa scelta, motivazione che ha rivelato lui stesso pochi mesi fa durante gli interrogatori ai magistrati torinesi. Ed è lo stesso Piergiorgio Peluso che, sentito in qualità di persona informata dei fatti, al sostituto procuratore Marco Gianoglio ha riferito: "Raggiunsi un accordo con la famiglia Ligresti...Per quanto mi riguarda, si trattava di una possibilità di crescita professionale, anche perché vi erano alcune incertezze riguardo al mio futuro in UniCredit".

Quali erano queste incertezze? Per Piergiorgio Peluso avevano un volto ben preciso ed era quello di Jean Pierre Mustier, astro nascente dell'investment banking europeo, il successore designato alla guida di Societé Generale, inciampato poi nel 2008 nella vicenda del trader infedele Kerviel. Banchiere francese che Ghizzoni aveva chiamato a prendere il posto di Sergio Ermotti, allora con le valigie in mano per Ubs, per guidare la divisione corporate&investment banking (Cib) di tutto il gruppo di Piazza Cordusio. Nell'era Bancone, ma soprattutto post-Profumo, per quella casella UniCredit puntava non tanto su un investment banker anglosassone, ma su un banchiere con esperienza di banca universale, in grado di guidare la divisione, riposizionando il corporate banking al servizio delle imprese clienti e rilanciandone così il contributo all'utile netto. Mustier, che aveva lo standing e le skill giuste per guidare il Cib della più internazionale delle banche italiane, fu preferito così a Peluso che era sì già a capo del Cib in Italia, ma aveva un curriculum meno internazionale. Come ha fatto capire lo stesso banchiere romano, la nomina di fatto gli sbarrò ogni possibilità di crescita professionale infragruppo e lo spinse, quattro mesi più tardi mentre gli organigrammi nella banca di Ghizzoni si definivano, ad accettare una proposta a cui anche economicamente non potè dire di no.

Insomma, quello che a prima vista potrebbe far insospettire molti per il complesso intreccio di legami fra le parti in gioco, per cui qualcuno ha tirato anche in ballo una regia occulta, in realtà, nel caso dell'avventura di Peluso in FonSai, fu soltanto una fortuita congiuntura astrale perfetta che soddisfò le istanze dei soggetti interessati e rese tutti contenti per la giusta piega che la difficile vicenda FonSai, a cui pochi mesi prima la Consob aveva bruciato la carta Groupama, stava finalmente prendendo. 

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