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Nicolò Boggian

Un ricercatore, un imprenditore e un sindaco. Tre sguardi diversi sullo stesso tema: la meritocrazia, un tema fondamentale in un Paese, come l'Italia, dove il talento fatica a trovare spazio. Ne discuteranno il 12 febbraio all'Hotel Marriott di Milano Carlo Barone, ricercatore dell'Università di Trento, Otto Bitjioka, imprenditore e presidente di Ethnoland e Alessandro Cattaneo, primo cittadino di Pavia.

Sarà anche l'occasione per presentare il libro di Barone, "Le trappole della meritocrazia". Una prospettiva diversa su un tema, il merito, spesso usato per catturare voti e sempre descritto solo in termini entusiastici. E, invece, come si legge nel testo di Barone, nasconde anche delle trappole. Affaritaliani.it ha chiesto a Nicolò Boggian (nella foto), giovane direttore generale del Forum della Meritocrazia, quali sono queste insidie.   

In italia la 'meritocrazia' parte spesso prima dell’istruzione. Se diciamo che la laurea è un esempio di merito, bisogna spiegare anche che l’istruzione è una variabile dipendente dal reddito familiare. Spesso persone anche meritevoli non riescono a laurearsi perché non hanno abbastanza risorse. Un tema, questo, che ci porta a un difetto del nostro Paese, molto familistico, legato alle tradizioni familiari e al territorio. Servono dei correttivi

Quali potrebber essere?

Innanzitutto è necessario concentrarsi di più sulle capacità del saper fare e non sui requisiti formali. Non è giusto utilizzare nei concorsi pubblici la laurea o i voti di laurea come criterio di merito.

A proposito di lauree e università, il calo delle immatricolazioni registrato nel corso dell'ultimo anno è la conferma (negativa) che il reddito influisce sulle possibilità di istruzione o la conseguenza (positiva) di una nuova visione che va oltre il valore del titolo di studio? 

Il calo delle immatricolazioni è il frutto di diversi fattori: la crisi economica, innanzitutto. Ma c'è anche altro. Il mercato del lavoro non riesce ad assorbire le competenze perché si fatica a valorizzare il merito. Ad esempio, se lavori per un’azienda che ha un solo committente e quindi non si muove sul mercato, sarai incentivato ad assumere il figlio del capo dell’azienda per cui lavori piuttosto che uno davvero bravo. E questo è un problema molto italiano, perché ci sono tanti mercati protetti, locali, molte contaminazioni clientelari. L’altro motivo del calo degli iscritti  è che la scuola è sempre più autoreferenziale. Il 70% dei professori è convinto di dare un’istruzione sufficiente. Mentre il 70% dei responsabili delle risorse umane dice che i laureati non sono preparati per il mercato. In questi due dati ci sono tutti i difetti del sistema italiano.

"Meritocrazia" sembra essere la parola magica della politica. Ogni volta che ci si avvicna alle urne, il merito torna di moda...

Questa è un'altra debolezza della meritocrazia. Il merito va definito insieme. Non si può inventare un’idea di merito che ognuno usa come clava a proprio piacimento.

Per non cadere nella trappola della meritocrazia senza contenuto, quali potrebbero essere tre proposte per farla emergere in Italia?

Innanzitutto, sulla pubblica amministrazioni serve eliminare molta burocrazia. Continuiamo ad aggiungere regole perché non sappiamo rispettarle. Servono meno regole, ma più chiare. E questo si può fare domani mattina. Poi bisogna rendere i mercati più competitivi: basta aziende in posizione di monopolio. Serve una competizione vera, senza cartelli, grazie alla quale i consumatori possano scegliere.  Terza cosa, dobbiamo porre le basi per un turnover nel mercato del lavoro. Mettiamo un reddito di cittadinanza per fornire una protezione. Poi però serve aprire il mercato. Ci sono aziende gonfie di persone che si sono formate 40 anni fa e che lavorano a un ritmo che non sono in grado di sostenere, mentre stiamo lasciando a casa giovani che non vedrebbero l’ora di lavorare come dei pazzi. Il tema dell’articolo 18 non è poter licenziare, ma il ricambio, la cosa fondamentale per far emergere il merito.

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