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Economia
pietro salini

di Sergio Luciano

Beniamino Gavio è orientato ad accettare l'offerta pubblica d'acquisto che Salini sta lanciando sulla Impregilo. L'imprenditore piemontese non lo ha ancora deciso, e non ne parla con nessuno – anche perchè in teoria avrebbe le risorse per gareggiare, lanciando una contro-opa - ma l'orientamento che trapela dagli ambienti dei suoi amici e consulenti è questo. Semplice la ragione: il prezzo proposto, di 4 euro, è considerato sostanzialmente congruo, superiore a quello (3,3) al quale Gavio aveva pagato le partecipazioni di Benetton e Ligresti e coerente con la capitalizzazione di mercato. Quindi, salvo sorprese o ripensamenti e appetiti dell'ultima ora, l'imprenditore edile romano ha vinto la sua battaglia. Articolo quinto “chi ha i soldi ha vinto”, si dice del resto da sempre in Borsa, e Salini ha dimostrato di averne o comunque di saperseli far prestare, il che di questi tempi non è banale.

A prestarglieli, o trovarglieli, sarà prevaletemente Banca Imi, del gruppo Intesa Sanpaolo. Accanto al costruttore un ottimo staff manageriale – dove spicca un personaggio di spessore come Massimo Ferrari, il direttore finanziario – ex funzionario Consob, il che sotto Opa non guasta – nauralmente Claudio Costamagna, già banchiere d'affari tra i più in vista con la responsabilità di Goldman Sahcs per l'Italia e vari altri mercati europei e oggi presidente Impregilo e l'occhio benevolo di un “generale della riserva” del sistema del calibro di...Cesare Geronzi.

Il nuovo scenario post-Opa apre una serie di nuovi spazi per ulteriori operazioni finanziarie e industriali. Il piano di Salini è noto – e disponibile sul sito del gruppo – e prevede che Impregilo si concentri sul settore delle costruzioni, completando quindi le dismissioni delle altre attività, soprattutto nelle autostrade e nel business ambientale: da vendere, per esempio, ci sono alcune tratte autostradali in Sudamerica (dove ormai la cessione di Ecorodovias è un fatto compiuto) ma anche la Fisia, tra i leader mondiali nel settore – paradossi verbali – della “de-salinizzazione” delle acque e anche la Babcock, grande gruppo elettromeccanico specializzato nella costruzione di inceneritori (ha realizzato tra gli altri il famoso dissalatore di Acerra, vicino Napoli, gestito da A2a e vari impianti in Cina). Vendendo queste attività – si vedrà a chi, ma si tratta di aziende sane, che posso far gola a molti – la nuova Impregilo-Salini può puntare a incamerare anche 500 milioni di euro, andando così a ridurre il debito. Se poi Salini vorrà procedere a una fusione tra la propria società e l'Impregilo potrebbe ricavare anche di che sistemare un po' di attriti in famiglia, perchè disporrebbe di azioni quotate – per certi versi equivalenti a denaro – con cui “liquidare” i parenti che desiderassero andarsene per conto proprio: ma non c'è ovviamente ancora nulla di deciso.

Una volta archiviata la pratica finanziaria, però, si aprirà per Salini il capitolo industriale: mettere cioè a fattor comune le sinergie produttive e commerciali tra le sue aziende e Impregilo, spesso concorrenti sui mercati internazionali. E' vero però che per vincere le grandi gare in concorrenza con i colossi statunitensi, tedesci e asiatici la “massa critica” può far la differenza.

Di sicuro, la determinazione con cui l'imprenditore romano ha portato avanti la sua sfida ricorrendo allo strumento principe che il mercato finanziario gli metteva a disposizione, merita un riconoscimento e la fiducia sulle sue capacità di procedere con coerenza anche sul livello industriale, una necessità inderogabile affinchè l'aggregato Salini-Impregilo sprigioni gli utili necessari al servizio del debito che verrà contratto per l'Opa e dell'ulteriore sviluppo che Opietro Salini ha sempre detto di voler perseguire.

 

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