La decisione di Standard&Poor's di porre il rating di Generali sotto "credit watch" con implicazioni negative continua a far discutere. Mentre l'agenzia si difende dalle neanche troppe velate accuse di aver voluto lanciare indirettamente un "attacco all'Italia" minacciando di ridurre il merito di credito del suo maggior gruppo assicurativo (mentre Fitch ha ancora una volta evidenziato la fragilità dell'economia italiana, cosa che potrebbe provocare un "rischio patrimoniale" per alcuni istituti di credito italiani), a Trieste probabilmente qualcuno sta iniziando a valutare le eventuali contromosse per controbilanciare il possibile taglio del rating

Un rating, ha ricordato la stessa Standard&Poor's, di due "notch" (livelli) superiore a quello sovrano italiano ("A-" contro "BBB"), circostanza che ha fatto scattare la revisione in base ad un criterio ("rating above the sovereign") che secondo l'agenzia verrebbe applicato "a livello mondiale a tutte le società che hanno un rating potenzialmente superiore a un paese verso il quale hanno un'esposizione rilevante, indipendentemente dalla loro localizzazione geografica", dove "rilevante" per un'assicurazione significa, hanno aggiunto gli esperti, un'esposizione pari ad almeno il 25% del totale degli investimenti (con rischio a carico dell'assicuratore), esclusi gli attivi relativi a polizze unit-linked.
 

perissinotto generali
 

In questo senso per il Leone non sembrano esserci molte alternative: l'Italia, in base ai dati dei primi nove mesi dell'anno, rappresenta 4,69 miliardi di premi lordi Danni su una raccolta totale di 16,245 miliardi (il 28,87%) e 9,22 miliardi di premi lordi Vita su 32,808 miliardi complessivi (28,10%) e dunque pesa complessivamente il 28,357% della raccolta premi lordi totale. Un peso che il gruppo dovrà ulteriormente ridurre, magari attraverso qualche altra operazione "mirata" come la recente cessione di Fata Danni a Cattolica Assicurazioni, visto che è difficile pensare ad acquisizioni rilevanti essendo il gruppo impegnato a riacquistare il 24% di Generali Ppf ancora in  mano a finanziere ceco Petr Kellner nel luglio del prossimo anno, dopo aver già riacquistato il 49% di Gph in Europa Centro-Orientale, il 7% di Generali Deutschland Holding in Germania e il 40% di Generali Asia.

Una possibilità è che il gruppo acceleri il collocamento di un'altra quota (secondo alcuni operatori potrebbe trattarsi di un 8%-10% di capitale) di Banca Generali, la rete dei promotori del gruppo che nel 2012 ha saputo collocare 1,2 miliardi di polizze Vita della capogruppo. Meno probabile ma a questo punto non del tutto da escludere che torni in pista l'ipotesi di un aumento di capitale di cui a lungo il mercato ha paventato il lancio ma che rischierebbe di essere penalizzante in termini di diluizione dei margini reddituali mettendo a rischio l'obiettivo di un Roe operativo del 13% a fine 2015, tanto più a fronte di un piano di dismissioni ancora da completare con la vendita di Bsi che potrebbe valere fino a 2 miliardi di euro (contro 1,6 miliardi che ancora mancano per centrare il target di 4 miliardi di dismissioni sempre entro il 2015).

Se a livello "macro" i grattacapi non mancano, a livello "micro" pure il gruppo sembra registrare qualche contrattempo. In particolare a chi durante l'Investment Day tenutosi a Londra il 27 novembre scorso chiedeva se il prossimo Cda, in programma venerdì 6 dicembre, potesse essere l'occasione per prendere qualche decisione sul tema dell'eventuale azione di responsabilità da avviare, per venire incontro ai desiderata di Ivass, nei confronti di Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti (rispettivamente ex Ceo e Cfo del gruppo), l'attuale numero uno Mario Greco ha risposto: "Non credo, mi sembra troppo presto". Il problema sembra infatti lo stesso già segnalato dal Collegio Sindacale: al momento non sussistono i presupposti, nonostante siano già emersi investimenti in private equity e fondi alternativi (effettuati durante la gestione Perissinotto-Agrusti) "rispetto ai quali si sono evidenziate irregolarità sul piano della governance interna".

*BRPAGE*

 

generali (4)
 

Tutto sembra ruotare attorno ai poteri di firma assegnati ai due manager: il Cda riunitosi dopo l'assemblea del 24 aprile 2010 (che vide l'approdo di Cesare Geronzi alla presidenza) aveva "promosso" lo stesso Perissinotto a Group Ceo dotandolo di "poteri d'urgenza con firma singola", dunque senza il bisogno di sottoporre alcuna richiesta preventiva al Comitato Investimenti del Leone, fino a 250 milioni di euro. Il limite venne poi ridotto a 100 milioni di euro a seguito della richiesta avanzata dall'Isvap affinché tali poteri non superassero tale soglia. In quel periodo, del resto, anche altri concorrenti, come la francese Axa, andavano rafforzando il potere dei rispettivi numeri uno (Henri de Castries assorbì proprio nel 2010 la carica di presidente oltre a mantenere quella di Group Ceo).

Proprio il pieno (ma legittimo) utilizzo di tali poteri per l'acquisto di un 1% della banca russa Vtb, piuttosto che per la messa in stand-by della Tour Generali, torre nel quartiere parigino della Defense che avrebbe dovuto superare i 307 metri d'altezza (risultando il terzo più alto edificio dell'Unione europea), sembra del resto essere stato già nel 2011 alla base del deciso raffreddamento dei rapporti, fino ad allora ottimi, tra lo stesso Perissinotto e alcuni soci industriali come Leonardo del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Nel primo caso l'investimento costò 300 milioni di dollari pari all'epoca a 220 milioni di euro nel secondo caso la polemica oltre che i costi (che a fine opera avrebbero dovuto raggiungere i 500 milioni di euro) riguardò anche l'opportunità di ridefinire i vertici di Generali Immobiliari (all'epoca Raffaele Agrusti rivestiva la carica di presidente, Giancarlo Scotti quella di amministratore delegato).

Luca Spoldi

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La decisione di Standard&Poor's di porre il rating di Generali sotto "credit watch" con implicazioni negative continua a far discutere. Mentre l'agenzia si difende dalle neanche troppe velate accuse di aver voluto lanciare indirettamente un "attacco all'Italia" minacciando di ridurre il merito di credito del suo maggior gruppo assicurativo (mentre Fitch ha ancora una volta evidenziato la fragilità dell'economia italiana, cosa che potrebbe provocare un "rischio patrimoniale" per alcuni istituti di credito italiani), a Trieste probabilmente qualcuno sta iniziando a valutare le eventuali contromosse per controbilanciare il possibile taglio del rating

Un rating, ha ricordato la stessa Standard&Poor's, di due "notch" (livelli) superiore a quello sovrano italiano ("A-" contro "BBB"), circostanza che ha fatto scattare la revisione in base ad un criterio ("rating above the sovereign") che secondo l'agenzia verrebbe applicato "a livello mondiale a tutte le società che hanno un rating potenzialmente superiore a un paese verso il quale hanno un'esposizione rilevante, indipendentemente dalla loro localizzazione geografica", dove "rilevante" per un'assicurazione significa, hanno aggiunto gli esperti, un'esposizione pari ad almeno il 25% del totale degli investimenti (con rischio a carico dell'assicuratore), esclusi gli attivi relativi a polizze unit-linked.
 

perissinotto generali
 

In questo senso per il Leone non sembrano esserci molte alternative: l'Italia, in base ai dati dei primi nove mesi dell'anno, rappresenta 4,69 miliardi di premi lordi Danni su una raccolta totale di 16,245 miliardi (il 28,87%) e 9,22 miliardi di premi lordi Vita su 32,808 miliardi complessivi (28,10%) e dunque pesa complessivamente il 28,357% della raccolta premi lordi totale. Un peso che il gruppo dovrà ulteriormente ridurre, magari attraverso qualche altra operazione "mirata" come la recente cessione di Fata Danni a Cattolica Assicurazioni, visto che è difficile pensare ad acquisizioni rilevanti essendo il gruppo impegnato a riacquistare il 24% di Generali Ppf ancora in  mano a finanziere ceco Petr Kellner nel luglio del prossimo anno, dopo aver già riacquistato il 49% di Gph in Europa Centro-Orientale, il 7% di Generali Deutschland Holding in Germania e il 40% di Generali Asia.

Una possibilità è che il gruppo acceleri il collocamento di un'altra quota (secondo alcuni operatori potrebbe trattarsi di un 8%-10% di capitale) di Banca Generali, la rete dei promotori del gruppo che nel 2012 ha saputo collocare 1,2 miliardi di polizze Vita della capogruppo. Meno probabile ma a questo punto non del tutto da escludere che torni in pista l'ipotesi di un aumento di capitale di cui a lungo il mercato ha paventato il lancio ma che rischierebbe di essere penalizzante in termini di diluizione dei margini reddituali mettendo a rischio l'obiettivo di un Roe operativo del 13% a fine 2015, tanto più a fronte di un piano di dismissioni ancora da completare con la vendita di Bsi che potrebbe valere fino a 2 miliardi di euro (contro 1,6 miliardi che ancora mancano per centrare il target di 4 miliardi di dismissioni sempre entro il 2015).

Se a livello "macro" i grattacapi non mancano, a livello "micro" pure il gruppo sembra registrare qualche contrattempo. In particolare a chi durante l'Investment Day tenutosi a Londra il 27 novembre scorso chiedeva se il prossimo Cda, in programma venerdì 6 dicembre, potesse essere l'occasione per prendere qualche decisione sul tema dell'eventuale azione di responsabilità da avviare, per venire incontro ai desiderata di Ivass, nei confronti di Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti (rispettivamente ex Ceo e Cfo del gruppo), l'attuale numero uno Mario Greco ha risposto: "Non credo, mi sembra troppo presto". Il problema sembra infatti lo stesso già segnalato dal Collegio Sindacale: al momento non sussistono i presupposti, nonostante siano già emersi investimenti in private equity e fondi alternativi (effettuati durante la gestione Perissinotto-Agrusti) "rispetto ai quali si sono evidenziate irregolarità sul piano della governance interna".

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