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Economia


 

mario greco (2)
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Tutto in linea con le aspettative. Niente di eccitante e, soprattutto, qualche punto non chiaro sulle modalità di attuazione delle strategie e nessuna rivelazione sui movimenti all'interno del salotto finanziario italiano.

I numeri del piano industriale al 2015 di Generali non hanno entusiasmato il mercato che, come spiega ad Affari un analista finanziario che segue il titolo del Leone, ha preso atto di numeri che più o meno aveva già messo in preventivo con l'arrivo di Mario Greco al timone della compagnia triestina. Un'occasione, spiega qualcuno nel parterre di Piazza Affari, anche da sfruttare per passare all'incasso dopo il rally che il titolo ha messo a segno nel secondo semestre: dopo l'arrivo dell'ex Zurich in sostituzione di Giovanni Perissinotto, le azioni Generali sono cresciute (era stato chiamato soprattutto per questo) infatti dell'80% dal minimo storico di fine maggio di 8,2 euro (oggi a 14,10 euro; -3,09%). 

Insomma, "boering figures" che hanno dominato la presentazione delle strategie alla City e che non hanno lasciato lo spazio a qualche dettaglio più interessante sulla futura configurazione del mercato finanziario (soprattutto italiano) dopo che il Leone avrà dismesso asset non core per 4 miliardi di euro per portare il Solvency I Ratio dal 140% del 2012 a oltre il 160% entro il 2015 e per abbattere anche il debito. Dettagli su cui Greco ha sorvolato, svelando poco delle prossime mosse della compagnia, a partire da operazioni simili alla vendita di altre controllate come Banca Svizzera Italiana e Generali Usa Life Reassurance o la cessione delle partecipazioni azionarie non strategiche.

generali

Il Ceo delle Generali, che ha soffiato alla concorrente Allianz il chief investments officer di Allianz Investment Management Nikhil Srinivasan per completare la squadra di manager del comitato strategico del gruppo, ha ribadito ciò che aveva precisato già Perissinotto all'inizio del 2011 e cioè che nessuna presenza delle Generali in società non legate al business assicurativo sarà considerata "strategica". Quindi, il pacchetto del 30% di Telco, del 3,7% di Rcs, del 3% di Gemina, del 4,4% di Pirelli, del 15% in Ntv, del 2% di Mediobanca e del 3,15% di Intesa sono da considerarsi in vendita, strategia che innescherebbe degli stravolgimenti negli assetti di potere della Galassia finanziaria del Nord se il Leone passasse subito all'incasso (finalmente e sarebbe pure il tempo di farlo visto che l'era post-Lehman Brothers è iniziata da un pezzo!). Peccato, però, che Greco ha poi dimostrato di essere timido come il suo predecessore visto che, al momento, il fortino delle partecipazioni Generali rimane così com'è, dovendo la compagnia appena iniziare a "valutare gli investimenti nei prossimi esercizi uno ad uno". 

In Pirelli, ad esempio, Generali resterà nel patto di sindacato, perché "la società ha prospettive interessanti. In un altro momento riesamineremo la situazione, ma questo non significa che usciremo nel 2014 quando ci sarà la nuova scadenza". Dalla Bicocca, quindi, Trieste non esce (c'entra forse qualcosa il fatto che il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera è anche vicepresidente di Mediobanca, a sua volta primo azionista del Leone?).

Da Rcs, poi, Generali non solo non farà le valigie, ma addirittura valuterà se partecipare all'aumento di capitale ("Se avrà condizioni interessanti per noi", dice Greco). E dire che molti addetti ai lavori considerano Via Rizzoli, industrialmente e finanziariamente, un dead man walking. Non una parola poi sulla quota in Telco che aveva fatto litigare Perissinotto e l'azionista forte Leonardo Del Vecchio, operazione di sistema probabilmente eterodiretta da Mediobanca in cui Generali, fra svalutazioni e ricapitalizzazioni, continua a vedersi succhiato capitale, nè sul 2% di Mediobanca. Partecipazione incrociata, la cui cessione dovrebbe riceve prima l'imprimatur di Nagel e Pagliaro, manager che non vedrebbero con molto favore la vendita di quote della loro creatura.

Silenzio, infine, anche sul 3,15% di Intesa, pacchetto figlio di accordi passati di business fra Trieste e Ca' de Sass e, data la presenza di azionisti filo-bazoliani nel capitale della compagnia triestina, di difficile collocazione sul mercato, senza che la dismissione provochi qualche mal di pancia nel mondo della finanza tricolore che continuerà a regolarsi con le vecchie logiche. Peccato per tanta timidezza. Dopo il taglio netto col passato nella governance e nel dossier Est-Europa, Greco aveva abituato il mercato a ben altri cambi di marcia.

 

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