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Economia

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La pacifica Europa, fresca vincitrice del premio Nobel, sarà costretta ad entrare in guerra. O perlomeno a difendersi. Nulla a che fare con cingoli e cannoni. Semmai con il bazooka della Bce, perché la guerra in questione è quella delle valute. 

Il primo a brandire le armi è stato Ben Bernanke. Il numero uno della Federal Reserve ha da tempo avviato una politica aggressiva che, attraverso l'acquisto di bond per 85 miliardi al mese, continua a pompare liquidità nell'economia americana a tassi minimi (0,25%). Ormai non è un sacrilegio dire che uno degli obiettivi, parallelo e funzionale a far ripartire l'economia Usa, sia una svalutazione del dollaro

Anche il Giappone ha cambiato passo: l’arrivo al potere dei Liberal Democratici di Shinzo Abe ha aperto  a una nuova iniezione di spesa pubblica da 1200 miliardi di dollari. Una spinta che darà impulso all'inflazione, con l'obiettivo di portarla al 2% (cioè a un livello doppio rispetto a quello attuale). Usare l'inflazione come strumento per la ripresa economica ha l'effetto di stimolare spesa e investimenti. Attendendosi un futuro aumento dei prezzi, consumatori e imprese spendono subito, anche perché conviene indebitarsi (ad alleggerire il debito ci penserà la svalutazione). Un altro effetto è quello di indebolire la moneta nazionale in moda da sostenere le esportazioni. Così hanno fatto la Fed e la Bank of England (i cui tassi d'interesse sono allo 0,5%). E così sta per fare la Bank of Japan.

Si genera così il doppio paradosso dell'euro. Il primo: la politica espansiva delle Fed, BoE e BoJ crea enormi masse di denaro, in cerca di allocazione. Gli Stati Uniti sono ancora un porto sicuro, ma i tassi americani ai minimi, le incertezze sul tetto al debito Usa e l'allentarsi delle tensioni in Europa, convogliano gli investimenti verso il Vecchio Continente. La svolta è arrivata lo scorso luglio, con il "Whatever it take" di Mario Draghi. Come il più classico cane che si morde la coda, il ritorno di fiducia dei mercati ha prodotto un calo significativo degli spread dei titoli periferici, ma ha portato anche a un apprezzamento dell'euro. Effetto che certo non contribuisce alla ripresa del continente.

Il secondo paradosso, legato al primo, sta nel fatto che l'Europa, pur essendo un'area economicamente fragile, possiede la moneta più forte. La Bce, pur avendo tassi più bassi che in passato (allo 0,75%), continua a mantenere una cautela che le altre banche centrali, per nulla spaventate dall'inflazione, hanno già abbandonato. Come mai? L'Europa ha scelto la strada dell'austerità e del pareggio di bilancio, rifuggendo le politiche monetarie scelte dalle altre banche centrali. Una scelta molto tedesca (per Berlino la priorità è la stabilità dei prezzi) che di certo ha portato bene alla Germania, capace ancora di produrre ed esportare. Ma che mette in difficoltà gli altri esportatori: se l'euro si manterrà forte (con un cambio con il dollaro oltre il livello di guardia di 1,30), il Pil italiano potrebbe ridursi tra l'0,15% e lo 0,4% a causa del cambio sfavorevole.

Il presidente usciete dell'eurogruppo, Jean Claude Juncker, è stato l'unico alto rappresentante Ue a dire chiaramente che "l'euro è troppo forte". Il ruolo impone a Mario Draghi un maggiore riserbo. Nell'ottobre 2010, quando era ancora governatore di Bankitalia e numero uno del Financial Stability Board, l'attuale presidente della Bce, di fronte al livello artificialmente basso dello yuan, disse che "non esiste una guerra delle monete". Forse è tempo di ricredersi. 

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