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Economia

di Alberto Foà

 

Se l’esperienza fosse ancora un valore l’ex ministro Saverio  Romano e il brillante Domenico Scilipoti non sarebbero più candidati nemmeno tra le bestie di Satana mentre io potrei tenere qualsiasi corso universitario sul debito molto meglio di qualsiasi solone della Bocconi.

Bene, cioè male, perché invece a occuparsi di debito pubblico ci mandiamo solo persone del tutto impreparate, con la scusa che loro conoscono perfettamente la teoria. Niente di più pericoloso, ovviamente, perché se tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare per misurare la distanza tra nozionismo e capacità pratica non basterebbero tutti gli oceani terrestri più l’alcool ingerito da Hemingway, Bukowski, Joyce e Gascoigne messi insieme.

Non solo non è che aver comprato due copie dell’ultima edizione del kamasutra faccia necessariamente di noi degli amanti provetti ma nel caso dei debiti è proprio l’opposto: se non ne hai mai contratti in proprio, meglio che guardi solo le figure…

Niente, quando i nostri politici parlano di debito è come quando Berlusconi e Monti parlano di tasse: uno sai che non manterrà mai le promesse, l’altro devi sperare che non lo faccia. Per non dire di chi in Europa e nel mondo invoca l’austerity e ti spiega, se va bene, che il debito è colpa della spesa pubblica e, se va male, direttamente che è colpa tua.

Ora con tutto il male che potrei pensare e penso di chi spende i soldi pubblici nel modo e nella misura in cui vengono spesi in Italia, crederci sarebbe come abboccare all’asino che vola.

La verità è che in tutti gli Stati – tranne in Africa dove la regola è uguale ma c’è qualche piccola eccezione – in cui qualche altro Stato avanza dei soldi non è perché te li ha prestati ma perché ha comprato il tuo debito con qualche impiccio, a interessi d’usura. È una specie di catena di Sant’Antonio inventata dalle banche per coprire i buchi di chi davvero ha bruciato ricchezza (pubblica e privata), con finanza e gestione, pardon, mala finanza e mala gestione, cioè se stesse.

Che fare? Premesso che spesso le catene di Sant’Antonio conviene spezzarle proprio a chi sta in cima in cima e anche Dracula sa che non deve bersi tutto il sangue a disposizione in una notte altrimenti indovinate che cosa gli resta da ciucciare la notte dopo, per l’Italia mi sento di escludere del tutto la restituzione anche solo degli interessi perché fatti i conti della serva, ogni anno bisognerebbe inventarsi una manovrina da 80 miliardi per i prossimi 10 anni quindi delle tre l’una: a) si dichiara fallimento, modello Atari, e andiamo a vivere su un isolotto delle acque internazionali utilizzando – e naturalmente stampandola in proprio, cioè pescandola – il pesciolino di mare come moneta di nuovo conio, b) troviamo qualcuno, modello Zorro e Robin Hood messi insieme (ma forse servirebbe anche Paperinik), che spieghi alla Germania che va bene tenerci per le palle ma prenderci per il culo è pericoloso e c) modello Marchino.

Marchino è un mio carissimo amico, che aveva preso a scommettere con un suo insopportabile (lo so, non bisognerebbe parlare mai male di un morto ma se sono bastardo non è colpa mia) amico (l’amicizia non è valore assoluto e nemmeno la sopportabilità) in maniera piuttosto compulsiva su qualsiasi evento sportivo del globo terraqueo, dalle finali di Wimbledon al salto della quaglia in salmì e perfino sul numero di ragazze che mi sarei fatto in una settimana (che non era uno sport ma era faticoso uguale, e non parlo solo dal punto di vista “ginnico”). La lista delle puntate, da 10, 20, 50, 100 e 1000, era comunemente chiamata “contone”. Un bel giorno, l’amico Marchino ha invitato me, Pippo e il Fala in pizzeria a festeggiare il primo miliardo del contone. Perso. Come Marchino – gli facciamo - hai perso un miliardo sul contone e paghi la pizza? “Sì – ci fa - gli ho dato una mezza gamba in buoni benzina e ripartiamo da zero”. 

Tags:
debito pubblicodebito privato
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