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Economia

Di Gianni Pardo*

Sergio Marchionne ha dichiarato: "Le condizioni industriali in Italia rimangono impossibili" e soprattutto: "Abbiamo le alternative necessarie per realizzare le Alfa ovunque nel mondo". Il Ministro del Lavoro Giovannini ha replicato: "Non sono d'accordo con lui. In Italia è possibile fare impresa". Qualcuno si chiederà chi ha ragione. Senza accorgersi di porsi la domanda sbagliata.

È meglio partire dall'antefatto. Nel 1995 un referendum abrogativo proposto dai Cobas ed altre organizzazioni di sinistra tentò di modificare l'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300) che riservava la rappresentanza in azienda ai sindacati firmatari di contratti nazionali e locali, applicati nell'unità produttiva. La norma - se abbiamo capito bene - escludeva i sindacati più piccoli che non avessero partecipato alle contrattazioni e aumentava così il peso delle tre maggiori organizzazioni nazionali. Ma non si raggiunse il quorum e la disposizione rimase immutata.

Successive decisioni giurisprudenziali confermarono la validità dell'art.19 dello Statuto. La stessa Corte Costituzionale, in particolare, con la sentenza n. 244/1996 (successiva, quindi, anche al referendum) dichiarò la piena conformità dell'articolo ai principi costituzionali. Viceversa lo scorso 3 luglio la stessa Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità del comma 1, lettera b), dello stesso articolo, "nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale sia costituita anche nell'ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell'unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti, quali rappresentanti dei lavoratori dell'azienda". La decisione, in linea con le richieste della Fiom, contraddice sorprendentemente la giurisprudenza della stessa Corte Costituzionale. Ciò conferma l'opinabilità delle decisioni di quell'organo ogni volta che esse si fondano su principi generalissimi e, si sarebbe tentati di dire, ogni volta che sulla materia del contendere pesa l'opinione della sinistra ufficiale. Ma questo argomento ci porterebbe lontano.

Qui interessa chiedersi: "Marchionne può permettersi di portare la Fiat fuori dall'Italia, in un momento in cui la nazione ha un disperato bisogno di posti di lavoro?" Va innanzi tutto segnalato che la domanda nasce da un pregiudizio che non si riconosce tale ma non per questo è meno forte. Il pregiudizio secondo cui le imprese sono al servizio della nazione. In realtà esse sono al servizio dei loro padroni o degli azionisti, nel caso delle società di capitali. Avere un'opinione diversa è tanto assurdo quanto credere che una massaia vada al supermercato X e non al supermercato Y perché per ragioni morali vuol fare guadagnare il primo piuttosto che il secondo. È ovvio che si preferisce un negozio per i suoi prezzi, per i suoi prodotti o perché è più vicino a casa, comunque per un motivo collegato al proprio interesse, non a quello di altri. Analogamente le imprese non hanno a cuore l'interesse della nazione, non pensano ai livelli occupazionali, alla lotta al carovita o a qualunque altra motivazione ideale: pensano soltanto a fare soldi o, male che vada, a non andare in rosso.

La domanda giusta dunque non è: "Marchionne ha ragione?" ma: "La Fiat ha interesse ad andarsene?". Se sì, il ministro Giovannini ha torto; se no, decidendo di delocalizzare, Marchionne provocherà un danno alla sua impresa. Ma in ogni caso nessuno, neanche il ministro, potrà farci nulla. Qualunque impresa ha il diritto di andarsene e l'unico modo di trattenerla non è minacciarla ma renderle conveniente rimanere.

Un vecchio detto anglosassone insegna che si possono portare i cavalli all'abbeveratoio ma non li si può obbligare a bere. Nello stesso modo le imprese non rimangono in Italia perché temono che i giornali, all'idea del loro insufficiente patriottismo, si straccino le vesti; esse non obbediscono né ai politici né ai sindacati, obbediscono solo ai loro bilanci. Un'impresa privata, se fallisce, non può chiedere allo Stato di ripianare i suoi debiti. E se vuole chiudere, nessuno può imporle di operare in rosso. Cosa del resto economicamente impossibile. Se infine vuole trasferirsi, le si possono frapporre degli ostacoli ma nulla di più. Alla fine o se ne andrà o chiuderà, facendo precipitare in un baratro ancora più profondo la posizione dell'Italia nella classifica internazionale della libertà di fare impresa. Il cavallo beve soltanto se ne ha voglia.

Non bisogna esaminare le parole di Sergio Marchionne dal punto di vista politico e neppure dal punto di vista morale.
Esse sono come un rigonfiamento sulle pendici di un vulcano: i vulcanologi sanno che in questi casi si annuncia una catastrofe geologica. Purtroppo noi italiani siamo bravissimi, quando si tratta di non tenere conto degli avvertimenti. Proprio la zona intorno al Vesuvio è intensamente popolata. E Maurizio Landini esulta per una decisione che domani potrebbe rendere inutile il suo lavoro di sindacalista.

*pardonuovo.myblog.it

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