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Economia
La Fed allontana la recessione? Miliardi di dollari immessi nel mercato Usa
 

Quando si dice che gli assetti politici italiani vengono decisi all’estero non si sbaglia. Ma non è la politica a determinarli, bensì l’economia. E lo spauracchio attuale si chiama recessione: la possibilità di una nuova crisi economica negli Stati Uniti.

 

Gli indicatori della Federal Reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti d'America, prevede la possibilità di una recessione certa entro 12 mesi. L’indice di probabilità viene dato al 32,9%. Dal 1960 a oggi ogni qual volta la soglia di questo indicatore ha superato il 30% è arrivata la recessione nei successivi 12 mesi. In questo quadro a fine luglio scorso la Fed ha abbassato di 25 punti il costo del denaro ed ha adottato contromisure per non far frenare l’economia americana. Il governatore della Fed, Jerome Powel, ha dato così inizio ad una serie di interventi dopo che le banche americane sono entrate in difficoltà nel trovare i contanti necessari a fare funzionare i sistemi di credito.

 

Stessa valutazione della Fed è stata fatta dalla Bce, dalla Banca del Popolo cinese, dalla Banca centrale del Giappone e da quella dell’India.

 

La difficoltà delle aziende americane di recuperare denaro liquido per pagare spese e tributi, la riduzione delle riserve bancarie della Fed (dal 2011 si sono dimezzate), le continue emissioni di titoli del Tesoro per finanziare un crescente debito federale, una riduzione del Quantitative easing stanno creando una situazione d’insieme non facile. In questo scenario la crisi politica italiana di questa estate, con il possibile rafforzamento del partito di Matteo Salvini, avrebbe potuto incrinare la solidità europea che in questo momento fa gioco agli Stati Uniti e alla stabilità dell’economia mondiale.

 

Gli Stati Uniti sono in crescita da 10 anni con un tasso di sviluppo che si aggira in media tra il 2,5 e 3% annui. Numeri per noi da fantascienza. Il 70% circa del Pil dipende dal credito privato. La capacità di questi ultimi di muovere l’economia è determinante. Ma finita la soglia di coloro che sono solventi e che possono comprarsi 3 case, 5 automobili, 12 frigoriferi l’economia a reiniziato da tempo a dare credito a coloro che lo sono sempre meno (che hanno sempre meno coperture). Parliamo della cosiddetta “economia del debito”. Lo stesso è successo, anche se nel settore immobiliare e in un contesto economico generale differente, con la crisi dei titoli subprime nel 2007-2008.

Ora la difficoltà del mercato americano è relativa ai prestiti interbancari a brevissimo termine che potrebbero portare elevati ostacoli al credito in generale e all’economia reale.

Così in queste ore la Federal Reserve ha intensificato l’iniezioni di liquidità nel mercato immettendo ieri, il quarto giorno consecutivo di interventi, 75 miliardi di dollari e annunciando che nei prossimi giorni potrebbero esserci anche interventi più massicci. La Fed ha fino ad adesso immesso nel mercato liquidità, per lasciare fluide le attività di prestiti bancario e il trading, quasi 300 miliardi di dollari. Un totale che, alla fine dell'intervento odierno, potrebbe anche superare i 1.300 miliardi di dollari. Queste operazioni dovrebbero servire a garantire una liquidità sufficiente per il mercato dei prestiti a breve termine, cruciale per le banche e le grandi società. 

 

Ma le dimensioni dell’azione della Fed potrebbero anche non essere sufficienti per fermare il peggio. Forse gli interventi andavano messi in campo prima. Forse, anche se con un sistema del genere, basato sul debito, le crisi e le recessioni sono all’ordine del giorno, è solo una questione di tempo.

La domanda sorge spontanea: sarebbe il caso di ridiscutere i fondamentali di un‘economia che basa la sua crescita sui debiti contratti da coloro che sono insolventi oppure no?

 

 

 

 

 

 

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