Lavoro/ Aiutare i più giovani? Liberalizzando le professioni

Martedì, 19 maggio 2009 - 11:13:00

Premetto che sono impregnato di cultura popperiana, liberaldemocratica e moderata, e come tale credo nella bontà di certe soluzioni politiche ma non le considero Verità assolute, ci mancherebbe. Ciò significa che rispetto (e chiedo rispetto per) le opinioni pacifiche di tutti, uguali alle mie o diverse o, ancora, avverse, a maggior ragione quando si parla di riforme del mercato che in qualche misura possono impattare sull'ingegneria sociale del nostro Paese. In questo breve articolo difendo una linea tesa a “slegare” il lavoro autonomo da catene arrugginite, sulla quale rifletto da anni e mi sono confrontato con professionisti di ogni età e provenienza (anche stranieri, certo, e naturalmente non tutti d'accordo con me), arrivando a maturare una precisa convinzione a favore del libero mercato professionale e una discreta fiducia nella capacità delle persone – addette ai lavori e non – di comprenderne a fondo il perché.

Dunque, innanzitutto, non do retta a chi sostiene che la chiusura e la limitazione dell'accesso alle professioni garantirebbero un migliore mercato ai più giovani. Circola infatti questa “favola” negli ambienti di chi difende tentativi di conservazione o, dal mio punto di vista, peggio, di riforma in senso contrario (escludente) delle professioni. Infatti il mercato (questa è abc) si può coltivare in  parecchi modi, che la storia mondiale ha giudicato e sta tuttora giudicando in maniera ben diversa. Ne citerò alcuni. Un primo metodo è quello protezionista, con la creazione di contesti artificiali. Un secondo metodo è quello liberale (non dimentichiamo che gli Ordini sono frutto, in origine, di un'impostazione liberale, nel segno dell'autonomia dallo Stato dei professionisti). Un terzo metodo è quello del tutto sregolato, open, senza vincoli né tradizioni. Di quest'ultimo, penso personalmente abbastanza male: non è, a mio parere, con un libertarismo totalizzante e anarchico che si possono tenere insieme, funzionanti e sane, le giunture della società aperta. Insomma, gli estremi rischiano di toccarsi e le anarchie eccessive portano ai medesimi effetti delle preclusioni anti-mercato (troppa acqua uccide la pianta tanto quanto la siccità prolungata). Inutile dire che lo considererei dannoso se applicato, come modello, al mercato delle professioni.

Nell'approccio protezionista, continuo con l'abc (ma a volte serve!), si contingenta il numero dei competitors, limitando l'accesso al mercato, e si creano le condizioni legali per cui la domanda resti sempre superiore all'offerta, vincolando però l'offerta a regole rigide di operatività e di comportamento (attenzione, non deontologiche, ma economiche e burocratiche che spesso vengono chiamate “deontologiche” impropriamente, più con riferimento alla loro fonte - gli Ordini – che alla sostanza della norma) che rendono la concorrenza poco libera e i servizi spesso obbligati.
 
Nell'approccio liberale, viceversa, non si limita il numero di competitors (l'accesso è libero, presenti alcuni requisiti - es. competenze, probità, svolgimento della pratica professionale) e si svincola l'offerta dai lacci e lacciuoli che arginano artificialmente la concorrenza (divieti d'impresa, di attività commerciali, di partnership multidisciplinari, limiti o filtri di pubblicità, ecc.). Gli Ordini, anche in questo approccio, conservano un ruolo fondamentale: essi mantengono il controllo della qualità di formazione degli iscritti e stabiliscono regole deontologiche in modo da vigilare sulla correttezza del professionista, in base a parametri di professionalità, competenza, onestà, trasparenza, rispetto del bene pubblico insito nel servizio reso ecc.

La via protezionista, per carità, a breve termine può funzionare ma ha tre grandi controindicazioni: 1. svantaggia i giovani perché premia le gerarchie e gli “incumbent” (ecco perché fino a 45-50 anni il reddito dei giovani professionisti resta molto basso, spesso sotto i 20.000 euro di imponibile medio), e 2. comporta esternalità negative per cittadini e imprese, cioè per chi deve rivolgersi ai professionisti e usufruire dei loro servizi, essendovi meno informazione, meno possibilità di scelta, obblighi burocratici più pressanti e prezzi generalmente più alti. 3. di fronte alla globalizzazione del mercato, rischia di lasciare il tempo che trova (se non, addirittura, di risultare ridicola).
 
Per queste ragioni, con l'iniziativa “Liberiamo il Lavoro” abbiamo disegnato e presto presenteremo in Parlamento, grazie all'apporto di alcuni Deputati “illuminati”, un testo di riforma - in senso liberale – il più possibile strutturale (e tuttavia chirurgica) delle professioni in Italia, dedicando una particolare attenzione a farmacisti, notai, avvocati e commercialisti. Il ddl, intervenendo con emendamenti e integrazioni delle leggi vigenti (es. Decreto Bersani II, Finanziaria 2008, ecc.) conterrà abrogazioni di oneri a carico dei cittadini e significative innovazioni mirate a rivedere radicalmente il sistema delle professioni in Italia. Il bello è che non siamo soli nella battagli né “vox clamantis in deserto”: l'Autorità Antitrust si è più volte schierata a favore di una riforma che liberi le professioni (anzi vi suggerisco di leggere il recente comunicato che ha diramato in merito:
http://www.agcm.it/agcm_ita/COSTAMPA/COSTAMPA.NSF/0af75e5319fead23c12564ce00458021/3aa8dc3a14f4a537c12575820039680e?OpenDocument).

Tra le misure contenute del progetto legislativo, vi sono: l'abolizione del valore legale del titolo di studio, la cancellazione dei limiti agli accessi a vari Ordini e degli impedimenti all'attività imprenditoriale da parte dei professionisti (società di capitali, minimi e massimi tariffari, pubblicità, esclusività delle partecipazioni sociali, rappresentanza in giudizio, incompatibilità tra esercizio del commercio ed esercizio delle professioni, nonché tra queste ultime e l'esercizio della professione di giornalista), l'assegnazione agli uffici pubblici di numerose funzioni finora riservate ai notai, l'apertura del mercato farmaceutico, l'eliminazione del regime dei minimi contributivi previdenziali per i professionisti (problema assai sentito dalle nuove generazioni). Il ddl introduce inoltre un'agevolazione per i lavoratori autonomi più giovani, e prevede un’imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi e delle addizionali regionali e comunali pari al dieci per cento per chi rispetti i requisiti del regime dei minimi e abbia meno di 35 anni d'età.

Insomma, faremo la nostra parte per non lasciare l'iniziativa legislativa solo nelle mani di chi difende l'ulteriore chiusura del mercato (è infatti all'esame del Parlamento qualche ddl che – oltre a blindare ancora di più gli accessi alle abilitazioni – introdurrebbe persino la riserva esclusiva di attività consulenziale stragiudiziale in materia legale ai soli avvocati, cioè una misura normalmente prevista in ordinamenti senza limiti di accesso alla professione: un esempio di estremo protezionismo che annienterebbe il volume d'affari di centinaia di migliaia di lavoratori autonomi non forensi) e di chi spera d'arginare il mare della globalizzazione dei servizi con misure anacronistiche, corporative, di certo in buona fede ma del tutto inadeguate. Io penso a chi oggi ha meno di quarant'anni, pochi soldi e molte competenze, il mondo in casa, le nuove tecnologie nel sangue e non può né vuole permettersi velleità “signorili” tipiche di secoli andati. E' evidente da che parte stiano gli interessi dei più giovani. Beninteso, come dicevo all'inizio, comprendo le ragioni dei contro-interessati e credo nella saggezza del confronto democratico. Ai cittadini e soprattutto ai Parlamentari (che “tengono figli” e potrebbero pensare al loro futuro) spetterà una scelta ponderata e magari, stavolta, anche coraggiosa.
 
Luca Bolognini
portavoce nazionale di Coalizione Generazionale Under 35
luca@lucabolognini.it

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