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Economia
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Anche Merrill Lynch, una delle reginette di Wall Street, lo certifica. L'Italia non è più il malato d'Europa, ammesso che lo sia mai stato, visto che a fronte di un debito delle pubbliche amministrazioni, il nostro Paese è sempre stato invece iper-virtuoso sul debito privato. Tanto da garantire la solvibilità di una montagna di titoli di Stato che ora sono sempre di più, a differenza del passato, concentrati nelle mani di investitori nazionali. In più, il rapporto italiano deficit-Pil è uno dei migliori del Vecchio Continente. A questo si aggiunge un progressivo miglioramento dei conti nella bilancia commerciale che ci vede addirittura primeggiare rispetto a tanti Paesi emergenti. Vecchie tigri che ora hanno smesso di ruggire, come il Brasile, per esempio.

"L'Italia - spiega Stefano Guglielmetto, responsabile investimenti per il nostro Paese di Bank of America-Merrill Lynch - è semmai il più grande convalescente d'Europa". A detta degli esperti della banca d'affari americana, lo spread a 600 erotti e la tempesta perfetta dell'estate del 2011, dunque, possono ormai essere le pagine di un capitolo di storia economica che l'Italia ha scritto e ampiamente archiviato. Senza il rischio di riaprirlo. Nemmeno se Berlusconi ha frenato fino ad ora l'azione del governo in carica e se Renzi, da qui a marzo, non riuscirà a contenere la sua narcisistica brama di puntare a Palazzo Chigi, rimettendo in gioco il Cavaliere. Rovinando i piani di stabilità di Napolitano ed Enrico Letta e portando l'Italia alle elezioni.

hollande merkel 500
 

Se fino a pochi mesi fa una nuova tornata elettorale rappresentava per il nostro Paese ancora la via più breve per riaccendere il rischio Grecia, i banchieri invece non si preoccupano più del fatto che l'Italia possa tornare al voto. Per tre motivi. Il primo è che la crisi del debito ha spinto l'Europa, a metà 2012, a rafforzare l'architettura europea, varando l'unione bancaria e dando più munizioni al fondo salva-Stati. Con la Bce di Mario Draghi che ha fatto il suo, mettendo in fuga la speculazione. Rete che a novembre 2011, quando Mario Monti ha svestito la grisaglia da professore bocconiano per salire a Palazzo Chigi, non c'era. Situazione in cui andare a elezioni, con gli investitori dubbiosi sulla tenuta dell'euro, avrebbe sicuramente portato la temibile Troika a dettare l'azione di governo al successore di Berlusconi.

Il secondo motivo per cui i banchieri non parlano più di rischio elezioni-instabilità per l'Italia è che ormai la classe politica non spaventa più. Quasi a far capire che forse il problema era l'inaffidabilità del Cavaliere, oggetto in Europa (e non solo) dei sorrisini dei ben più quotati Merkel e Sarkozy. Insomma, che sia Letta, Renzi o Alfano, il politico italiano è ormai percepito dai mercati come responsabile (anche perché forse è partito nel nostro Paese quel tanto atteso ricambio generazionale che prima ci vedeva ai primi posti nel mondo per livelli ineguiagliabili di gerontocrazia).

Shinzo Abe 010
 

Il terzo motivo (e il Giappone docet, con la stabile azione di governo post elezioni della maggioranza di Shinzo Abe, politico che ha ben risollevato le sorti dell'economia del Paese del Sol Levante grazie a una politica monetaria ultraespansiva), ciò che allontana gli investitori non è il tornare alle urne, quanto che da queste esca un ampio schieramento in grado di garantire un'efficace azione governativa. Insomma, spiega sempre Guglielmetto, "il pericolo è l'incertezza. Le elezioni non sono di per sè un elemento negativo, un problema". Oltre tutto, aggiunge il banchiere, "il prossimo anno ci saranno anche le ben più importanti (rispetto a quelle italiane, ndr) elezioni di mid-term in America".

Il grande malato d'Europa e che preoccupa, invece, i banchieri di Merrill Lynch è "la Francia di Hollande. Un Paese - spiega Guglielmetto - la cui competitività è imbrigliata da un mercato del lavoro molto rigido e da una difficoltà a fare le riforme. Paese che ha visto un progressivo peggioramento dei propri conti pubblici, con l'esplosione del deficit e del debito. Trend ora finito nel mirino delle agenzie di rating e che espone Parigi al rischio downgrade".

E' la crisi della Francia, dunque, la più grande minaccia ora per l'euro, non se l'Italia torna alle urne anzitempo. Anche perché, conclude Guglielmetto, "il debito italiano prezzato al 4% è prezzato bene". Il che vuol dire che lo spread, anche a 230 punti base, non è un problema. Se solo il duo Letta-Saccomanni, per dirla con le parole del banchiere di Merrill Lynch, riuscisse anche a "spingere di più sulla crescita per consentire al Paese di superare la crisi delle famiglie e della domanda interna", allora potremmo anche terminare la lunga convalescenza e rimetterci a correre come si deve.

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