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Economia


 

Alessandro Profumo (4)

Mentre la tempesta mediatica sembra perdere d'intensità, a Siena il presidente di Mps, Alessandro Profumo, sfoglia la margherita: come evitare che in caso di impossibilità a rimborsare i Monti Bond da 3,9 miliardi (e i rispettivi interessi, destinati a crescere dal 9% al 15% annuo lordo con l'allungarsi del prestito) lo Stato converta i propri crediti in azioni del Monte dei Paschi di Siena salendo, come ha ipotizzato ieri il ministro del Tesoro Vittorio Grilli, fino all'82% circa del capitale dell'istituto?
 
Una "eventualità disgraziata" secondo Profumo, che ha a disposizione un numero limitato di armi per cercare di fronteggiarla, dalla dismissione di asset "non core" (ma non sarà facile trovare acquirenti pronti ad offrire valutazioni elevate in un periodo in cui molte altre grandi banche in tutta Europa sono sul mercato in veste di venditori), al taglio dei costi (ma i sindacati interni sono già sul sentiero di guerra ed è difficile pensare a un'ulteriore riduzione di dipendenze e organici oltre quanto già annunciato), fino ad un nuovo aumento di capitale per 1 miliardo di euro da qui al 2015 (approvato dall'assemblea ma che Profumo non vorrebbe lanciare ora per sfruttare condizioni di mercato migliori e una ripresa della redditività della banca).

Delle tre, proprio l'aumento di capitale è l'ipotesi attorno a cui maggiormente si discute dentro e fuori l'ambiente finanziario milanese, essendo chiaro che Fondazione Montepaschi non sarebbe più in grado di intervenire neppure parzialmente e quindi vedrebbe il suo 37,56% diluirsi ulteriormente: visto che il capitale di Mps è al momento pari a circa 7,5 miliardi di euro, un ulteriore miliardo farebbe infatti calare la percentuale di Palazzo Sansedoni a poco più del 33% (al lordo dell'ulteriore vendita del 10% per ripianare i debiti), mentre la conversione di 4,9 miliardi di Monti Bond e relativi interessi la farebbe crollare al 21%.

mps

Che fare? Da un lato nei palazzi della politica si starebbe valutando se non sia possibile far scendere in campo un "cavaliere bianco" come la Cassa depositi e prestiti (partecipata dal Tesoro al 70% e per il restante 30% dalle Fondazioni bancarie italiane e guidata dal presidente Franco Bassanini, che Mps conosce bene essendone stato vicepresidente), magari attraverso il Fondo strategico italiano FSI, braccio armato di Cdp al quale lo scorso dicembre è stata girata pro tempore la quota (4,5%) di Generali fino a quel momento posseduta dalla Banca d'Italia, in attesa che la stessa sia ricollocata sul mercato (entro i prossimi tre anni).
 
L'FSI, che ha appena nominato il proprio Comitato Strategico, chiamato a esprimere pareri sui settori di intervento ed alle politiche generali di investimento del fondo, ha a disposizione al momento 4 miliardi di euro, in parte già investiti (Metroweb Italia e Kedrion), ma il capitale obiettivo è stato fissato pari a 7 miliardi di euro e anche per l'orizzonte tipico dei suoi investimenti (su un periodo "molto lungo") potrebbe rivelarsi quell'investitore stabile che Profumo ha fatto capire di apprezzare.

Dall'altro lato, il banchiere genovese è noto per la scarsa "simpatia" che nutre nei confronti delle fondazioni e in generale della possibile ingerenza della politica nel suo modo di "fare banca", un sentimento di disistima reciproco che contribuì all'uscita dell'ex numero uno di UniCredit dai vertici di Piazza Cordusio nel settembre del 2010, ma che ora potrebbe essere visto come una garanzia di indipendenza tanto più importante per far recuperare fiducia nei confronti dell'istituto, colpito dalla vicenda dei derivati da quello che in gergo tecnico si chiama "danno reputazionale" o "stigma".

Così, secondo quanto si vocifera in ambienti finanziari, anche Profumo si sarebbe messo al lavoro, per cercare tra i grandi fondi sovrani esteri (che secondo uno studio elaborato proprio da Mps hanno investito in Italia oltre 1,5 miliardi di euro nel 2012), medio-orientali o asiatici, capitali pronti a scommettere sulla rinascita del Montepaschi sotto la sua guida e quella di Fabrizio Viola, altro banchiere che ha sempre cercato di marcare le distanze dalla politica nei precedenti incarichi di vertice avuti in Banca popolare di Milano e Banca popolare dell'Emilia Romagna. Ma chi potrebbe dare una mano al nuovo "tag-team" di Mps?

Al riguardo le bocche restano cucite, ma dando una scorsa ai numeri l'elenco non è infinito: il primo è certamente l'Abu Dhabi Investment Authority (Adia), il maggior fondo sovrano al mondo con un patrimonio complessivo superiore ai 630 miliardi di dollari che Profumo conosce bene visto che tramite il fondo Aabar (fondato nel 2005 dalla stessa Adia assieme a Mubadala development company) era entrato nel giugno del 2010 nel capitale di UniCredit col 4,99% (quota poi elevata al 6,5% dopo l'aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro di Piazza Cordusio dell'anno passato).

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