Petrolio/ Un new deal per una domanda stabile

Lunedì, 26 gennaio 2009 - 10:11:00

Di Paolo Scaroni*

Il nostro settore non è estraneo ai cicli. Ma la turbolenza che stiamo vivendo attualmente – con il petrolio che ha raddoppiato il suo valore nei 9 mesi fino a luglio 2008 e ne ha perso i 2/3 nei successivi 6 mesi – è senza precedenti. È una notizia estremamente brutta per un’industria come la nostra, dove un programma di 5 anni viene visto come a breve periodo.

Qual è la causa di questa estrema volatilità? Secondo me, l’industria petrolifera è tormentata da 3 diversi fattori:

Il primo è la poca qualità di dati

Questo è un problema che ha perseguitato il settore petrolifero fin dall’inizio, e siamo ancora molto lontani da una ragionevole soluzione. La Cina insieme con molti altri paesi in via di sviluppo devono ancora sviluppare un sistema di reporting esaustivo, e anche i dati sui consumi dei paesi OCSE sono disponibili solo dopo lungo lasso di tempo. Dal lato della produzione, poi, l’Opec stessa si deve affidare a fonti secondarie per stimare il tasso di produzione dei suoi membri.

Una scadente qualità di dati annebbia le palle di cristallo di tutto il mondo, non meno quella dell’AIE, l’ente che ha lo scopo di raccogliere informazioni e produrre autorevoli previsioni.

Si pensi solo che solo un anno fa l’AIE aveva dichiarato che nel 2008 la domanda globale sarebbe salita di 2 milioni di barili al giorno, più dell’intera produzione del Kuwait. Da febbraio in poi, l’Agenzia ha gradualmente rettificato la sua previsione fino a quando, a dicembre, ha ammesso che la domanda del 2008 si sarebbe in realtà ridotta di 200.000 barili al giorno.

E questo non è un caso isolato: l’AIE ha considerevolmente sovrastimato la domanda fin dal 204.

Sembra aver fallito nel riconoscere che la domanda, più che schizzare incontrollatamente, sta in realtà crescendo moderatamente, con un magro incremento medio dell’1,4% l’anno dall’inizio del secolo. Questo è precisamente lo stesso tasso che abbiamo visto nel decennio precedente, quando la crescita della domanda veniva percepita come estremamente lenta.

A forza di prevedere che la crescita della domanda avrebbe superato quella dell’offerta, l’AIE ha spinto molti operatori di mercato ad aspettarsi un’imminente crisi petrolifera, contribuendo a diffondere un’ansia immotivata sui mercati. E questo ci porta alla seconda ragione della turbolenza del prezzo del petrolio.

La ricorrenza delle teorie sul picco petrolifero.

Negli ultimi anni, l’imminente esaurimento delle risorse petrolifere è stata largamente profetizzata – da alcune figure influenti anche all’interno del settore petrolifero – per la quarta volta dall’inizio dell’epoca del petrolio (oil age).

Ma i rumor sulla fine del petrolio sono stati di gran lunga esagerati.

Se anche sommiamo le riserve provate con quelle recuperabili sia convenzionali sia non convenzionali, possiamo contare ancora su oltre 130 anni di petrolio. E questo numero non tiene neanche conto del significativo incremento del tasso di recupero che può essere ottenuto attraverso il progresso tecnologico.

Inoltre, ignora il fatto che vaste aree del mondo rimangono inesplorate. Dal 1980, il 70% dell’esplorazione globale è stato condotto negli Stati Uniti e in Canada, aree mature che detengono solo il 3% delle riserve globali. Di contro, solo l’1% dell’esplorazione è stata realizzata nel Medio Oriente, nei cui paesi si trovano quasi i 2/3 delle riserve mondiali.

Come se non bastassero la povertà dei dati qualitativi e i timori della fine del petrolio, il prezzo del petrolio è anche alla mercé di orde di speculatori mal informati, che hanno venduto e comprato mediamente 1,4 miliardi di barili di carta al giorno durante i periodi di boom, paragonato ai soli 85 milioni di barili consumati quotidianamente nel mondo. E i prezzi del Brent e del WTI che influenzano gli speculatori hanno ben poco a che vedere con il prezzo del vero petrolio di ogni giorno.

Tutto questo fa sì che sia impossibile predire i prezzi futuri con un certo grado di affidabilità. E questa incertezza ha ripercussioni sui quasi 1.500 miliardi di dollari che l’industria petrolifera si aspetta di investire in esplorazione e produzione nei prossimi 5 anni, così come sul sostentamento dei paesi produttori e consumatori di petrolio.

Il momento è quindi maturo perché l’industria petrolifera cerchi modi per aumentare la certezza e la stabilità.

Questo significa affrontare il nostro problema di dati, certamente. Abbiamo bisogno di un rapido, preciso e trasparente global reporting system per la produzione, il consumo e le scorte. Questo creerà le basi per previsioni autorevoli e aiuterà a evitare che un allarmismo ingiustificato spaventi i mercati.

Abbiamo anche bisogno di cooperazione, nell’interesse di una stabilità dei prezzi di cui beneficeranno produttori e consumatori.

Che forma dovrebbe prendere questa cooperazione? Un’idea potrebbe essere quella di lavorare verso un nuovo ambito contrattuale in grado di assicurare ai produttori di poter contare su una domanda stabile per il loro petrolio, che li porti quindi ad avere entrate stabili. Forse prendendo spunto dalle strutture contrattuali take-or-pay, piuttosto comuni nel mercato del gas.

Questo darebbe ai produttori incentivi ragionevoli per investire nella capacità di esplorazione e produzione per il beneficio dei consumatori, senza la paura di essere presi in castagna dal ribasso dei mercati e assistere, così, al crollo del rendimento sugli investimenti.

Su questa linea, avrebbe anche senso escogitare qualche sorta di remunerazione per la capacità in eccesso, seguendo l’esempio di ciò che accade nel mercato elettrico.

La forma e la natura esatte di un nuovo modello per l’industria petrolifera avrebbe bisogno di essere discussa molto attentamente. Ma è nell’interesse di tutti rinunciare ai propri interessi di breve periodo e lavorare a un compromesso.

Così come i consumatori hanno bisogno di stabilità nell’offerta, i produttori necessitano di una domanda stabile. E tutto il mondo ha bisogno di assicurare un uso razionale ed efficiente del petrolio. Al fine di salvaguardare l’ambiente, ma anche per far guadagnare tempo agli scienziati che lavorano su energie alternative e per far sì che vengano, così, prodotte soluzioni energetiche efficaci.

*Discorso al Global Competitiveness Forum di Riyadh

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