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Economia
Le banche d'affari mollano la Russia. Da Fiat a Benetton: chi è più esposto

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In Russia operano circa 400 aziende italiane, in gran parte attive nel settore meccanica e mezzi di trasporto (36% della presenza), arredamento-edilizia (18%), moda (11%), servizi di consulenza diversi da quelli legali (10%), servizi legali (5%) e agroalimentare (4%). Il volume degli investimenti produttivi italiani in Russia appare secondo l'Ice "rilevante ma non ancora all'altezza delle potenzialità offerte dal Paese" e vi sarebbero ancora "indubbi margini di miglioramento", ad esempio nel settore moda (la Russia già a fine 2011 rappresentava il sesto maggior mercato europeo del comparto con un giro d'affari annuo superiore ai 40 miliardi di euro), dove operano da anni marchi come Luisa Spagnoli, MaxMara, Cop Copine, Benetton, Geox, Stefanel, Marella e altri ancora, mentre le recenti Olimpiadi di Sochi hanno costituito l'occasione per fare business per aziende come Ansaldo (che ha realizzato i generatori della centrale elettrica di Adler), Rocksoil, Geodata e Maccaferri (impegnate nella costruzione di gallerie e infrastrutture stradali) piuttosto che la Vannucci di Pistoia (che ha realizzato, con un partner locale, un vivaio per la fornitura di piante per arredo urbano nelle località sede dei giochi).

Particolarmente esposta nei confronti della Russia (ma anche dell'Ucraina e in generale dell'Est Europa), nel settore creditizio, appare Unicredit, inserita dagli analisti di Ubs in una lista dei 10 titoli europei maggiormente "a rischio" a causa della tensione creatasi tra Kiev e Mosca (gli altri nove sono secondo gli esperti svizzeri Jeronimo Martins, Carlsberg, Tele2, Omv, Swedbank, Fortum, Ferrovial, Henkel e Unibail-Rodamco), mentre nel settore energetico è Eni ad avere maggiori interessi nella regione, pur avendo ceduto a novembre per 2,16 miliardi di euro (incassati il 15 gennaio scorso) il 60% detenuto in Arctic Russia, a sua volta titolare del 49% di Severenergia (cui fanno capo quattro licenze di esplorazione e produzione di idrocarburi nella regione dello Yamal Nenets), a Yamal Development, società paritetica tra Novatek e GazpromNeft.

Il cane a sei zampe mantiene peraltro "un forte impegno nell'upstream russo" attraverso la partnership con Novatek, per progetti nell'offshore del Mediterraneo, e con Rosneft per l'esplorazione nell'offshore russo del Mar Nero (licenza di Western Chernomorsky)e del Mare di Barents (licenze di Fedynsky e Central Barents, dove sono già stati avviati i rilievi sismografici), oltre a definire con la stessa Rosneft accordi commerciali per forniture di petrolio e attività congiunte nella logistica, tra cui un progetto di potenziamento del polo logistico Eni di Venezia.

Fermo al "vorrei ma per ora più di così non posso" è ancora Sergio Marchionne, che con l'accordo siglato lo scorso anno con Renault e MosavtoZil (controllata al 100% da Zil) per l'assemblaggio del Ducato negli impianti della fabbrica moscovita di Zil (l'obiettivo era di avviare l'assemblaggio entro la fine dell'anno per poi raggiungere una produzione di 40 mila veicoli nel 2015) stava cercando di ravvivare i fausti degli anni Settanta quando dall'impianto Fiat di Togliattigrad, in piena guerra fredda, uscivano a marchio AutoVAZ "copie conformi" dei modelli torinesi dell'epoca (come la Zhiguli, celebre "gemella" della 124). Interrogato su quanto la crisi attuale possa incidere sui piani di sviluppo di Fiat in Russia il manager si è limitato a rispondere: "stiamo ancora lavorando sulle alternative" aggiungendo poi che "se il problema persiste, il fatto di fare qualcosa di importante in Russia nei prossimi dodici mesi è ridotto".

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