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Economia
Quando gli annunci non fanno il rating. Per Renzi ora la prova della verità

di Andrea Deugeni
twitter11@andreadeugeni

A un passo dal giudizio "spazzatura", un gradino sotto il Kazakhstan, Paese funestato dalla corruzione. L'agenzia di rating Standard&Poor's ha declassato nuovamente l'Italia a BBB- da BBB. Tanti annunci e tanta carne messa al fuoco dal governo Renzi e nemmeno il tanto discusso Jobs Act che Renzi ha portato a casa con qualche mal di pancia all'interno del Paese (mancano ancora tutti "i decreti attuativi", non si è lasciata sfuggire S&P) non sono bastati ad evitare la tanto temuta sforbiciata del rating da parte della reginetta delle agenzie internazionali che l'Italia ha pure portato in tribunale.

Agli occhiuti analisti finanziari a stelle e strisce che stilano le pagelle sul mercato degli emittenti di debito non è sfuggito il fatto che il nostro Paese non cresce e non sta facendo abbastanza per riportare il debito sotto controllo. Anzi, con la recessione di quest'anno, quel 133% di debito/Pil letteralmente spaventa chi deve certificare la nostra capacità di ripagare gli impegni presi con i sottoscrittori dei nostri Btp. Investitori che, dice ora S&P, devono sapere che l'Italia è un pagatore mediamente affidabile, a cui non prestare denaro a occhi chiusi. Anzi, è peggio di Perù e Colombia. I numeri son numeri: non si scappa, anche se abbiamo il presidente del Consiglio più giovane, gagliardo ed energico della storia della Repubblica.

"La debolezza del Pil reale e nominale, inclusa l'erosione della competitività, sta minando la sostenibilità del debito pubblico",  è la gelida sentenza di S&P che cade come un macigno sulla scrivania di Matteo Renzi. Proprio ora che il premier ha perso qualche punto di consenso dopo la sbornia delle Europee (è perchè sto facendo le riforme impopolari, sottolinea Renzi) e sta sudando sette camicie per far ripartire l'Italia. I prossimi sei mesi del giovane Renzi saranno il periodo più importante della sua carriera politica.

Già perché se, dopo la manovrona da 36 miliardi, l'enfant prodige della politica tricolore non riuscirà a riportare il segno più davanti alla variazione del Pil e a far sì che questa variazione non sia, per dirla alla Squinzi, da zero virgola (e qualche insignificante decimale) anche quel 40% di voti tanto sbandierato con cui il Pd ha surclassato il M5S e FI servirebbe poco di fronte a un Paese che non riesce a riassorbire il 13% di disoccupazione, a dare lavoro ai giovani e a recuperare quel grandissimo gap di capacità produttiva persa durante i duri anni della crisi. Sono mesi che noi di Affaritaliani.it, putroppo, twittiamo l'hastag #renzicomeunacyclette. Corre, visita, annunci ai quattro venti ma nel terzo trimestre siamo tornati a perdere decimali di Pil. E Renzi è in sella da febbraio (chissà, forse quegli 80 euro dovevano essere impiegati sull'offerta aggregata).

A marzo anche la Commissione europea, che per il momento ha sospeso il giudizio, riesaminerà con la lente d'ingrandimento la situazione del Paese e a quel punto se l'economia non sarà ripartita e i target fissati nel Def rischieranno di essere ancora, com'è stato per quest'anno, "da libro dei sogni", potrebbe arrivare la mazzata pure dall'Europa, con la procedura d'infrazione. E allora, riforme o non riforme, l'aura di Renzi potrebbe notevolmente affievolirsi. 

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renaziratings&pdebito
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