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Economia
Massimo Deandreis (Srm): l'Italia non sfrutta a pieno la risorsa mare

L'Italia non sfrutta ancora a pieno la risorsa mare. Né pensa su quanto e su cosa investire, né dà certezza ai porti su quali e quante sono le risorse disponibili per crescere. Eppure, con oltre 43miliardi di euro di valore aggiunto e un valore di 220 miliardi di movimentazione import-export, l'Italia sposta in valore il 29,6% delle merci via mare. E la percentuale sale al 33,7% nel Mezzogiorno, pari a 14,7 miliardi di euro. Ciononostante, il Paese non riesce ad essere protagonista nella competizione verso le nuove direttrici di traffico che si vanno delineando sia nello scacchiere del Mediterraneo, sia verso l'Oriente. Per esserlo, dovrebbe darsi una scossa e agire sui driver strategici di sviluppo, afferma ad Affaritaliani.it il direttore generale di Studi e ricerche per il Mezzogiorno (Srm), Massimo Deandreis. Opportunità  che, purtroppo, il nostro Paese non riesce ancora a recepire. Nonostante la disponibilità di ingenti risorse europee.

Direttore, quali sono questi opportunità strategiche? "I driver di sviluppo partono dall'integrazione tra le infrastrutture ed i servizi intermodali, rappresentati dalla strada, dalla ferrovia e dalle vie del mare. Ma questo presuppone dei retroporti per la connettività con l'entroterra che solo in pochi casi sono adeguati. Il secondo driver sono gli investimenti e la loro attrazione dall'estero e in questo ambito le "zone franche" possono essere un fattore determinante. Il terzo, è il dover pensare la logistica come asset principale per lo sviluppo del Mezzogiorno, dove i porti movimentano il  45,7% del traffico container e il 47% del traffico merci. Sempre al Sud l'economia di alcune regioni è fortemente agganciata al trasporto marittimo: in Puglia e Campania il 45,6% delle merci si muove con modalità marittima, nelle isole oltre il 90%. Le percentuali delle regioni del continente potrebbero essere però più elevate, visto che nel 2014 è aumentato del 19% il traffico mondiale che passa per il Mare Nostrum".

Invece? "Molti porti sono ancora affidati a gestioni commissariali che spendono con lentezza le risorse che pure vengono dall'Europa e sono cospicue. Con la conseguenza di ampliare il divario in termini di costi, tempi e volumi d'affari. Si stima che almeno 500mila container con destinazione finale Italia, vengono sbarcati a Rotterdam o ad Amburgo per poi proseguire su strada per il Belpaese, con la perdita di fatturato di circa un miliardo di euro all'anno".

Perché tutto questo? "Sui tempi di sdoganamento delle merci, i porti italiani impiegano circa 8,5 giorni in più della media dei Paesi Ocse solo per le merci destinate all'estero e 7,4 giorni per quelle dirette all'estero. In poche parole, le imprese sono costrette a sopportare maggiori costi per i giorni persi in più per lo sbarco e l'imbarco delle merci".

Andrà meglio con la riforma dei porti? "Sta emergendo in modo marcato una direttrice marittima che dall'Europa, via Mediterraneo, passa per il Canale di Suez, Golfo Persico e Asia. In questa direttrice l'Italia e i suoi porti possono svolgere ancora meglio la funzione di hub strategico. Ma occorre predisporre subito la legge e non perdere altro tempo. Prima che sia troppo tardi".

Eduardo Cagnazzi
 

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