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Economia
Sale la fiducia nell'innovazione tecnologica

Ifiit è l’Indice di Fiducia sugli investimenti in innovazione tecnologica, accreditato presso il Ministero dello sviluppo economico e l’Agenzia dell’Innovazione.
IfiitMonthly Report è una sintesi di un’attività di ricerca sulla fiducia in investimenti tecnologici che mensilmente viene effettuata su un campione qualificato e rappresentativo dell’economia italiana.

Quadro di sintesi dei dati rilevati nel mese

In una cornice di generale lentezza, continua la risalita dell’Indice Ifiit, che si porta a 32,40 punti dai 32,20 del mese precedente e dai 31,80 del mese di ottobre, quando era stato toccato il minimo storico del valore dell’indicatore.

La base imprenditoriale italiana resta scettica di fronte alla possibilità di una imminente ripresa economica e nel quadro dell’aumento della pressione fiscale e delle diffuse incertezze politiche si mostra in attesa di nuovi segnali.

L’anno 2014 si conclude su livelli leggermente inferiori da quelli da cui era partito: di fatto solo un terzo delle imprese italiane conferma una politica di investimento in innovazione tecnologica, di processo, di prodotto o di organizzazione.

Resta ancora forte il divario tra la propensione ad investire degli imprenditori che esportano o che hanno internazionalizzato rispetto a coloro che invece sono aggrappati al solo mercato interno.
I settori che manifestano i più alti livelli di fiducia sugli investimenti in innovazione tecnologica sono: le macchine utensili, la meccanica fine, l’aerospaziale e il chimico-farmaceutico.
In lieve ripresa il tessile-abbigliamento, la logistica e i servizi di telecomunicazione. Stabili i comparti energetico, bancario-assicurativo e dell’arredo tradizionale.

Al di sotto della media i valori nel commercio al dettaglio, nell’edilizia, nell’attività estrattiva e di lavorazione delle pietre e, infine, nelle attività legate alle microimprese, alle attività artigianali e professionali.
Il 75% degli intervistati sostiene che il nostro Paese mantiene alto il gap di competitività digitale con gli altri Paesi più industrializzati.
 

 IL COMMENTO

Il ritorno degli investimenti, tra luci e ombre
Il nostro Paese sta per chiudere un anno di attività con una serie di indicatori sull’innovazione e sugli investimenti che si mostrano contraddittori e solo in parte sovrapponibili. Vediamoli per comprendere le varie dinamiche che si muovono nella complessità del sistema. 

Secondo i dati diffusi dall’Istat all’inizio del mese di dicembre, gli investimenti fissi lordi delle imprese nel terzo trimestre dell’anno sono scesi dell’1% rispetto al trimestre precedente. Un dato in grado di certificare che il sistema produttivo nazionale (cioè il tessuto industriale e manifatturiero nella sua complessa filiera produttiva) non aumenta la spesa nel miglioramento dei cicli produttivi. Una valutazione che avvalora e sostiene a sua volta le indicazioni raccolte con Ifiit, dove solo un terzo della base imprenditoriale italiana si mantiene stabilmente proteso verso una politica di investimenti competitivi (erano i due terzi nel periodo pre-crisi). 

Un quadro generale che certamente non aiuterà sul versante del miglioramento della produttività e, conseguentemente, della competitività delle imprese in particolare e del sistema-paese in generale. Senza un aumento della competitività della macchina produttiva, il made in Italy rischia di imboccare la via della progressiva marginalizzazione. Su questo tema è intervenuto uno studio del World Manifacturing Forum pubblicato in novembre, secondo cui “l’arretramento degli investimenti fissi lordi – gli acquisti diretti e strategici di nuovi macchinari produttivi, beni strumentali e annessi – colloca ormai l’Italia fuori dai primi dieci Paesi manifatturieri del mondo”. Una sorta di declassamento produttivo che non ci fa brillare. Agricoltura, imprese tradizionali e costruzioni sono le tre aree produttive che maggiormente subiscono il calo degli investimenti. Si tratta di tre leve che in passato avevano costituito l’ossatura della crescita economica del Paese. 

Da parte sua, nell’ultima edizione del suo outlook Scenari Economici reso pubblico pochi giorni fa, il Centro Studi di Confindustria ha stimato che l’anno in corso si chiuderà rispetto al 2013 con una flessione del 2,3% degli investimenti fissi lordi. Una leggera ripresa – dello 0,8% - è invece prevista per il 2015, con un recupero del mondo immobiliare (-2,7% gli investimenti quest’anno e + 0,2% nel 2015). 

In questo panorama di indicazioni negative non mancano però segnali positivi. Secondo l’Ucimu, l’associazione italiana dei costruttori di macchine utensili e beni strumentali, “nel terzo trimestre l’indice degli ordini di macchine utensili è cresciuto del 7,8% rispetto allo stesso periodo del 2013”, con una ripresa della domanda interna (+20%) rispetto a quella estera (+6%). Anche gli istituti di credito giocano una loro parte. Nei primi dieci mesi dell’anno 2014 – certifica uno studio dell’Abi, l’associazione bancaria italiana – i nuovi prestiti alle imprese di ammontare inferiore al milione di euro sono cresciuti dello 0,2% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente.

Una crescita minima, ma si è spezzato il ciclo negativo di una tipologia di prestiti che rappresenta ormai il 50% delle nuove erogazioni nelle aziende. Intanto resta negativa la dinamica dei prestiti superiori al milione di euro, con un calo tendenziale del 5% nei primi dieci mesi dell’anno, a testimonianza di una più generale sofferenza delle grandi imprese tradizionali e di un maggiore ricorso alla politica dei piccoli passi e dei rischi limitati. 

E da considerare c’è anche il fattore solvibilità. Secondo i dati del Cerved presentati a fine novembre al convegno di Ravenna, “nel periodo della crisi – e cioè in questi ultimi sei anni - le imprese che hanno mostrato migliori requisiti di sicurezza e di solvibilità hanno visto aumentare del 9,1% i volumi di prestiti”. Infine, anche Ernst & Young si è lanciata in una previsione, pubblicata su Financial Times. Secondo la multinazionale della consulenza, i prestiti delle banche alle imprese in Italia saliranno del 3,6% nel 2016 dopo una fase di relativo stallo nel 2015. Il punto più basso toccato nell’ultimo decennio sembra essere alle spalle. Almeno per ora.
 

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