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Economia
Spread, i mercati si fidano più della Spagna che dell’Italia

Il graduale miglioramento dell’economia spagnola dopo il varo delle ultime riforme economiche lo scorso anno a fronte di uno stato di prolungato malessere registrato dall’economia italiana, che ulteriori riforme ha sinora visto rinviare, rischia di essere tra le concause di una possibile nuova apertura degli spread tra Btp e Bund e dunque tra Btp e Bonos a fronte di una prevista sostanziale stabilità del differenziale di tassi tra i titoli di stato tedeschi e spagnoli da qui a fine anno almeno.

Oggi infatti lo spread tra Btp e Bund oscilla sul 2,32% nonostante i titoli italiani vedano una leggera limatura dei tassi (4,16% dal 4,17% di venerdì sera) a fronte di una stabilità dei tassi sul decennale tedesco sull’1,84% mentre i tassi sui decennali spagnoli scendono nuovamente al 4,15% dopo che dagli ultimi dati è emerso come il nel terzo trimestre dell’anno il Pil spagnolo sia tornato a segnare un sia pur timido +0,1% contro il -0,1% del Pil italiano, nel primo caso riducendo il calo rispetto a dodici mesi or sono all’1,1% e nel secondo aumentandolo all’1,9%. Il tutto a fronte di una disoccupazione che in Spagna ha già toccato il 26,7% a ottobre mentre in Italia è ancora relativamente contenuta (12,5% contro il 12,1% medio di Eurolandia) e quindi a rischio di un ulteriore peggioramento nel momento in cui le riforme fossero varate.

Riforme che peraltro alcuni economisti giudicano ben poco “coraggiose” e che forse non sarebbe il caso di abbracciare senza un minimo di valutazione di quelli che rischiano di essere i costi di un loro varo tardivo e acritico. Nota ad esempio Mario Seminerio che il crollo del gettito d’imposte dovuto alla crisi economica, l’incremento della spesa pubblica legata agli stabilizzatori automatici e agli aiuti al settore bancario in crisi (inclusi i 40 miliardi ricevuti dall’Europa che si sono sommati al debito sovrano spagnolo) hanno contribuito a far esplodere il debito pubblico di oltre 106 miliardi di euro negli ultimi mesi, il che con un Pil in calo o al più in frazionale rialzo significa un rapporto debito/Pil che anziché ridursi è destinato a peggiorare ulteriormente.

mariano rajoy
 

Nel caso italiano, che vede il debito/Pil già ora superiore al 133%, questo significa che il rischio di un avvitamento in assenza di crescita è più che concreto e non stupisce che il mercato guardi con una certa apprensione a due temi: da un lato in vista dell’Asset quality review della Bce sarà importante giungere a un’armonizzazione dei criteri di definizione dei “non performing loan” (i crediti in sofferenza) a livello europeo. Al momento l’Italia è uno dei Paesi che adotta i criteri più rigorosi e dunque vede maggiormente penalizzate le proprie banche, che infatti sono percepite anche più di quelle spagnole come “a rischio”.

Dall’altro se non si troverà un’intesa in tempi rapidi sul meccanismo di risoluzione delle banche e sui meccanismi di aiuto nel caso in cui una banca coinvolta negli stress test  Bce non dovesse riuscire a ricapitalizzarsi sul mercato, a partire dal fondo comune di salvataggio delle banche del vecchio continente che la Commissione Ue propone possa essere reso operativo entro il 2025 (o al più tardi entro il 2028) reperendo dalle banche stesse (non è chiaro se facendo contribuire solo le banche “sistemiche” o tutti i seimila istituti europei esistenti, in proporzione ai depositi di ciascuno) non meno di 55 miliardi di euro, sarà difficile assistere all’auspicato re-rating del settore.

E se i dubbi sulle banche permarranno, non basteranno le riforme, in salsa spagnola o italiana che siano, né l’export a far ripartire le economie della sponda Sud dell’Eurozona. Ma se anche un accordo dovesse trovarsi l’avvicinarsi della fine dell’anno e i robusti guadagni messi a segno dalla maggior parte dei titoli azionari del settore finanziario europeo (e in campo obbligazionario dai titoli di stato italiani e spagnoli) rendono probabile il prevalere, almeno a breve termine, di nuove prese di profitto e con esse di un calo delle quotazioni dei titoli delle banche italiane (e spagnole) e forse di un nuovo allargamento dello spread Btp/Bonos, che si era andato chiudendosi nelle ultime settimane.

Sullo sfondo resta evidente il “peccato orignale” della classe politica italiana, avere perso il treno quando era ancora possibile fare qualcosa per tutelare ognuno il proprio “orticello” in barba ai problemi dell’intero sistema-paese. Le riforme strutturali, come noto, mirano infatti ad aumentare la crescita potenziale del Pil, ma richiedono tempo prima di produrre risultati e nel breve termine rischiano anzi di peggiorare il quadro macroeconomico sottostante. Per questo vanno varate in un momento di crescita economica, che per l’economia italiana manca in termini sostanziali da una quindicina d’anni.

Così la riforma del mercato del lavoro spagnolo (e in parte di quello italiano) sta per ora rendendo più facile ridurre gli organici, ma ancora non riesce a creare nuova occupazione. A sua volta l’aumento dei senza lavoro tende a tradursi  in aumento dei sussidi di disoccupazione che, sommandosi al calo del gettito fiscale dovuto alla maggiore disoccupazione, tende ad allargare i buchi di bilancio più che a ridurli, col rischio di un avvitamento di “manovra” in “manovra” se non si trova il modo di invertire la rotta. Per evitarlo occorrerebbero secondo gli esperti riforme “sequenziali”: prima una ristrutturazione del mercato dei prodotti ad esempio aumentando la competizione in settori “a rete” come le telecomunicazioni, i trasporti e l’elettricità, così da rilanciare la partecipazione al mercato del lavoro.

Poi occorre favorire un ritorno ad una “normale” attività del settore creditizio ponendo fine al “credit crunch”, così da incoraggiare le imprese a investire nei settori aperti alla concorrenza. Solo a questo punto ha senso ridurre il peso fiscale (sul lavoro e sui redditi d’impresa oltre che, ove possibile, sui consumi) per dare fiato alla crescita. Continuare a ignorare la giusta sequenza e a guardare astrattamente ai presunti “modelli di virtù” non servirà a uscire più rapidamente dalla crisi, semmai a ritardare la ripresa dell’economia italiana.

I mercati lo sanno e a quanto pare al di là delle belle parole non sembrano fidarsi della capacità di “execution” di quest’agenda di riforme da parte della classe politica italiana. C’è da sperare che per una volta si sbaglino e che le ultime novità dello scenario politico nazionale possano gradualmente portare ad una maggiore fiducia nell’Italia: a breve la sensazione è però che, semmai, possano creare qualche ulteriore incertezza sulla tenuta del governo e, quel che è peggio, sulla capacità e volontà italiana di perseguire le necessarie riforme strutturali.

Luca Spoldi

Tags:
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