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Economia
Statuto dei lavoratori, l'unica legge nata in fabbrica e poi in Parlamento

 

di Ivan Brentari e Collettivo MetalMente

 

Il primo fu Giuseppe Di Vittorio.

   Napoli, 27 novembre 1952. Chiudendo il III Congresso Nazionale della CGIL, il segretario del sindacato parla per la prima volta di «uno statuto dei diritti dei cittadini lavoratori».

   La guerra è finita da sette anni, c’è un Paese da ricostruire. Ma il costo della ricostruzione ricade in gran parte sulle spalle dei lavoratori. In molte fabbriche gli attivisti sindacali vengono prima discriminati, poi licenziati. Tutte le mobilitazioni e le proteste vengono soffocate, la Celere del ministro Scelba miete vittime sulle strade.

 

   Nel 1958 il miracolo economico sembra aprire nuove prospettive. Le fabbriche fioriscono, l’economia vola. Ma per gli operai e per il sindacato l’aumento della produzione e della ricchezza non può significare solo più soldi: la modernizzazione è una cosa, lo sviluppo un’altra.

   Così, si ricomincia a parlare della necessità di leggi che tutelino i lavoratori.

   È il 12 dicembre 1963 quando Aldo Moro, alla Camera, tiene il discorso per la fiducia del suo esecutivo. Dichiarerà: «Il Governo esprime inoltre il proposito di definire, sentite le organizzazioni sindacali, uno statuto dei diritti dei lavoratori al fine di garantire dignità, libertà e sicurezza nei luoghi di lavoro.»

   Seguono anni di dibattiti, di rinvii e di reticenze. Il miracolo economico si conclude e lascia spazio a un’epoca di dubbi. I partiti di sinistra presentano ordini del giorno: facciamo una legge sulla giusta causa, facciamo la legge per lo Statuto dei Lavoratori.

 

   In Parlamento c’è anche il deputato del PCI Giuseppe Sacchi. Una vita avventurosa, la sua. Milanese, classe ’17, è figlio di un mugnaio. Ha cominciato a lavorare in fabbrica a 14 anni, ed è stato un ciclista semi-professionista. Ha girato il mondo su un esploratore della Marina, durante la Seconda Guerra Mondiale è sopravvissuto al siluramento della corazzata «Littorio» e poi è stato imbarcato sul cacciatorpediniere «Tigre». Dopo l'8 settembre è tornato clandestinamente a Milano, dove è entrato nella Resistenza. Poi la Liberazione, il lavoro alla Motomeccanica di Milano come collaudatore motorista, il licenziamento per ragioni politiche, il salto nel sindacato e un lungo percorso che l’ha portato a diventare segretario generale della FIOM milanese, alla fine del ’58.

   In quegli anni Sacchi diventa il promotore di lotte operaie storiche che coinvolgono centinaia di migliaia di lavoratori, come quella degli Elettromeccanici nell’autunno-inverno 1960-61. Lotte che preparano l’Autunno Caldo e lo Statuto dei Lavoratori.

   Gli operai lo stimano, gli imprenditori lo odiano. Se potessero, i padroni lo eliminerebbero volentieri. Nel 1968 la famosa inchiesta di Lino Iannuzzi su “L'Espresso” rivelerà che il suo nome si trovava nella lista dei personaggi che, secondo il Piano Solo del generale De Lorenzo, dovevano essere incarcerati al momento del colpo di stato perché pericolosi per la sicurezza nazionale.

 

   Da quando è in Parlamento, cioè dal ’63, Giuseppe Sacchi non ha fatto altro che sollecitare una legge sui diritti dei lavoratori. La parola d’ordine, sua e delle sinistre, è diventata: far entrare la Costituzione nelle fabbriche.

   Primavera del ’66. Dopo un dibattito aspro e sotto la spinta delle lotte operaie, passa la legge sulla giusta causa (Legge n. 604 15 luglio 1966), che impedisce i licenziamenti discriminatori.

   Trascorrono i mesi, ma le sinistre non tolgono il piede dall’acceleratore. Adesso ci vuole una legge generale sul mondo del lavoro. Dopo vari rimpasti, capo del Governo è sempre Moro. Lo Statuto dei Lavoratori, in questo momento, i democristiani non lo vogliono. Il bergamasco Amos Zanibelli, deputato crociato e sindacalista, parlerà chiaro: «Noi siamo convinti che una disciplina legislativa di questa materia dello statuto non creerà di fatto alcun nuovo potere per i lavoratori nelle fabbriche».

   La politica è la politica, il lavoro è il lavoro, e in mezzo c’è un bel muro a doppio strato. Da sinistra, il controcanto è sempre lo stesso: far entrare la Costituzione nelle fabbriche.

 

   I vertici del PCI sguinzagliano Giuseppe Sacchi nelle officine, perché sanno che tra gli operai raccoglie consensi. Sacchi incontra i lavoratori. Organizza una sorta di sondaggio: che Statuto volete? Riempie fogli di appunti, li passa agli avvocati. Queste sono le richieste, mettetele giù in politichese.

   Nasce così la Proposta di Legge n. 4227 del 7 luglio ’67. È la prima bozza nero su bianco dello Statuto dei Lavoratori e viene fatta dal PCI. Di lì a poco, ogni partito tra il rosso e il rosa scialbo avrà la sua.

 

   La DC, che pure qualche apertura negli anni passati l’aveva fatta, ancora nicchia. Ci vorranno la strage di Avola del dicembre ’68 – dove la polizia spara sui braccianti – e la spinta dei socialisti dall’interno del Governo, per smuovere il carrozzone.

   L’Italia sta cambiando. C’è la contestazione del ’68 e una maratona di scioperi  nel corso del 1969 apre la strada all’Autunno Caldo. All’orizzonte s’intravede il nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici, e sembra già un appuntamento col destino.

   Intanto al Senato, l’11 dicembre, viene approvato il disegno di legge per lo Statuto presentato dal fu ministro del lavoro Brodolini, socialista, a suo tempo vicesegretario della Cgil.

   Poche ore più tardi, il 12 dicembre 1969: l’attentato di piazza Fontana.

 

   Dopo la bomba alla Banca dell’Agricoltura il Paese è attonito. L’odio ha dimensioni fisiche.

   A meno di dieci giorni dall’esplosione, i metalmeccanici strappano grazie agli scioperi un contratto di categoria storico. Lo Statuto, intanto, marcia in Parlamento.

   Il Governo ha fatto la sua proposta. Ferve il lavoro di lima e zampillano gli emendamenti. Il dibattito è vivace. Questa legge si aspetta da troppo tempo: sono passati 18 anni dal discorso di Di Vittorio a Napoli.

   C’è un nodo fondamentale, di natura democratica: è giusto che nelle fabbriche si possano organizzare dibattiti politici? Strana democrazia quella in cui non puoi esprimere opinioni politiche nel luogo in cui passi la maggior parte della tua esistenza, sostengono i comunisti. Lavoro e politica non c’entrano niente, rispondono i democristiani.

 

   La mattina del 14 maggio 1970 la Camera è piena a metà. Molti non sono venuti, in fondo si sa come andrà a finire. Il ministro del lavoro, Carlo Donat-Cattin, passeggia nervoso in “transatlantico”. Metterà lui la firma sulla legge che il suo predecessore Giacomo Brodolini aveva benedetto. La morte del ministro socialista, scomparso in Svizzera l’anno prima, ha prenotato a lui, Donat-Cattin, un posto nella storia del movimento operaio italiano.

   Giuseppe Sacchi è in aula e, dal suo seggio, guarda la schiena di Giuliano Pajetta, che sta ripassando il discorso per la dichiarazione di voto. Il PCI si asterrà. Ci sarebbero state cose da aggiustare, in questa legge. La possibilità di fare politica nelle fabbriche non è passata.

   Ma la mediazione finale sposta in alto l’asticella dei diritti, e parecchio. C’è anche un certo articolo, il numero 18, che negli anni a venire diventerà fondamentale. Funziona in maniera semplice: se viene dimostrato che un lavoratore di un’azienda di almeno 15 dipendenti ha subito un licenziamento illegittimo, questo lavoratore deve essere reintegrato sul posto di lavoro.

   E quindi si vota.

   Presenti 352/Votanti 227/Astenuti 125/Maggioranza 114/Favorevoli 217/Contrari 10. La Camera approva. Ecco la Legge 20 maggio 1970, n. 300.

 

   Sono passati 50 anni. Lo Statuto dei Lavoratori è stato celebrato, contestato, difeso, manomesso. Nella vicenda repubblicana, è forse l’unico caso di una legge nata nelle fabbriche, cresciuta attraverso gli scioperi, e sbarcata solo dopo in Parlamento.

   Se lo Statuto è rimasto al centro del dibattito, forse è proprio perché la sua evoluzione è stata lenta e gli ha permesso di mettere le radici nella storia d’Italia. E nelle storie personali dei milioni di operai che hanno contribuito a realizzarlo.

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