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Economia

 

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di Giulio Genoino

Dunque Telefonica ha offerto ai suoi consoci di Telco di rilevare a due lire - cioè a 1,09 euro per azione - il 66% (e poi al 70%) della holding che controlla a sua volta il 22,4% del colosso nazionale telefonico.  Generali, Medobanca e Intesa Sanpaolo hanno detto sì.

L'Italia perde il controllo di un'impresa che ne ha scandito la storia industriale e che ha per decenni mietuto record di efficienza e tecnologia. Dalla telefonia mobile, dove siamo stati il Paese primo in Europa per sviluppo e efficienza, al codice mp4, inventato nei laboratori Telecom, un pezzo importante del "saper fare" italiano non viene venduto all'estero: viene svenduto.

Il mito dell'operazione "di sistema" - in virtù del quale nel 2007 le tre società italiane intervennero in Telecom - si è dunque dissolto. L'unica cosa che questi tre soci italiani si sistemano così sono i loro conti, avendo tutti più o meno già svalutato l'investimento in Telecom dal livello di 2,3 euro al quale lo fecero fin verso quota 1,09. Quindi ci rimettono ancora, ma poco.
Telefonica è l'unico socio "del mestiere", nel senso che gestisce telefoni in mezzo mondo. Male, però, malissimo, oppressa com'è da un indebitamento lordo di 66 miliardi di euro che, sommato ai 42 di Telecom farà superare al totale la quota-monstre di 100 miliardi, impedendo al bestione qualunque agilità d'investimenti.

Dentro Telecom Italia, gli spagnoli troveranno la rete in rame e in fibra ottica, un'infrastruttura strategica per il Paese, su cui da tre anni governo e Telecom giocano di rimpallo chiedendosi chi debba investire e come affinchè la "banda larga" in Italia diventi realtà.

A luglio Telecom, per iniziativa del presidente Franco Bernabè - presto per definirlo "uscente", ma è certo difficile che gli spagnoli lo confermino - aveva avviato le complesse procedure per lo scorporo della rete e il conferimento in una società a se stante, che in teoria potrebbe anche essere sfilata da Telecom e venduta a terzi, magari allo Stato, ma con Telefonica in una posizione di vantaggio per trattare le condizioni in base al proprio interesse. In tutto questo, il governo Letta si è distinto per il silenzio assoluto, come se un'operazione di questa natura non toccasse da vicino gli interessi strategici del Paese e come se Telecom non avesse nel proprio statuto una "golden share" che impone al governo italiano di dire l'ultima parola sull'assetto di controllo.

 

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