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C'è un buco potenziale di 8 miliardi nei conti pubblici italiani. I derivati ristrutturati all'apice della crisi dell'area euro rischiano infatti di costare all'Italia 8 miliardi di euro di perdite. I contratti originali, riporta il Financial Times citando un documento del Tesoro, trasmesso alla Corte dei Conti, risalgono alla fine degli anni 1990, ovvero al periodo ''precedente o subito successivo all'ingresso dell'Italia nell'euro''. Tre esperti indipendenti consultati calcolano le perdite in circa 8 miliardi di euro dopo esser stati rinegoziati nel 2012.

I dati sono frutto di analisi e rielaborazioni di esperti del settore sulla base del documento che il ministero fornisce con cadenza semestrale alla Corte dei Conti. Secondo una fonte governativa, la magistratura contabile ha letto con preoccupazione i numeri, ufficiali ma non pubblici, ricevuti a inizio 2013 e in aprile ha inviato la Guardia di Finanza al dicastero in cerca dei contratti di stipula di quei derivati. Ma finora non li ha ottenuti.

La ristrutturazione dei derivati nel 2012 è collegata all'esigenza delle banche di ridurre il rischio Italia. In sostanza la crisi ha portato gli istituti specialisti in titoli di stato a presentare il conto dei vecchi derivati. Ed è qui che emerge una perdita potenziale di 8,1 miliardi.

C'è poi l'anomalia degli swap rinegoziati a un prezzo "off market", cioè con una forte perdita iniziale per l'erario. Anomalia probabilmente dovuta al fatto che i contratti originari erano in realtà prestiti mascherati che il Tesoro è oggi costretto a rimborsare a caro prezzo. A metà mattinata, sul punto, è intervenuto il Tesoro per rassicurare sul fatto che "non c'e' alcun rischio" di perdita mentre la Corte dei Conti ha chiarito sul fatto che non sono state fatte stime. E la Ue ha gettato acqua sul fuoco, affermando che tale vicenda non cambia le stime sul deficit.

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