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Tim, variabili Biden e sicurezza sul 5G: così Gubitosi abbandona Huawei

La tecnologia per la creazione di una rete sicura centrale nella partita della digitalizzazione del Paese a cui sono dedicate molte risorse del Pnrr

Tim, variabili Biden e sicurezza sul 5G: così Gubitosi abbandona Huawei

Il tanto auspicato “cambio di passo” che ha portato all’avvicendamento tra Giuseppe Conte e Mario Draghi si fa ogni giorno più evidente. L’equidistanza tra Cina e Usa voluta dall’avvocato del popolo è stata sostituita da una vicinanza agli Stati Uniti – complice anche la presenza di Joe Biden e non più di Donald Trump – da parte dell’ex numero uno della Bce. Ieri, Tim ha deciso di dare il benservito a Huawei nella costruzione dell’architettura della rete 5G. Si tratta di un tema di enorme rilevanza perché l’azienda cinese era uno dei partner di elezione dell’ex-Sip nella gestione dell’infrastruttura.

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Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, sul mobile in Italia Tim ha deciso di aggiornare la strategia degli approvvigionamenti tecnologici e di rivolgersi esclusivamente a due vendor: si tratta di Nokia ed Ericsson. I due nomi sono noti, perché, in tandem, avevano contribuito alla realizzazione del 75% della rete 4G, mentre l’altro 25% era stato destinato proprio a Huawei.

Per il 5G sembrava che il 60% sarebbe stato affidato a Ericsson, mentre il restante 40% sarebbe andato a Huawei. E ora che il player cinese è stato definitivamente salutato, non rimane che affidarsi a Nokia, che dovrebbe concorrere per l’intera quota o per una cifra vicina a essa. L’azienda finlandese è tornata all’utile proprio grazie al 5G con vendite in crescita del 3% a cinque miliardi di euro e profitti per 263 milioni. 

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La notizia è piuttosto significativa anche per il business di Huawei, che sta già perdendo altre commesse – proprio in favore di Nokia – in Europa. Gli Stati Uniti, nonostante la presidenza Biden, hanno continuato a fare pressione perché i rapporti con il gigante cinese delle tlc venisse interrotto anche dai partner europei. Finora, solo Gran Bretagna e Svezia avevano preso una decisione così forte.

Perché è stata fatta una scelta così netta? Secondo quanto rivelano alcune fonti vicine al dossier ad Affaritaliani.it, i motivi sono principalmente due. Il primo è di opportunità politica: i rapporti tra la Cina e Mario Draghi sono ben diversi da quelli che erano all’epoca di Conte. Basti pensare che all’inizio del mese di aprile, attivando il golden power, il premier ha bloccato l’acquisizione del 70% di Lpe Spa -azienda lombarda che produce semiconduttori – da parte del gruppo cinese Shenzen Investment Holdings. A febbraio, al momento dell’insediamento a capo del governo, l’ex numero uno della Bce aveva dichiarato di “seguire con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina”. 

Una frase che poteva essere riferita sia alle vicende sulle repressioni attuate dal Partito Comunista Cinese in patria, sia agli interventi pesanti in economia (non ultimo lo stop alla quotazione di Ant) per rintuzzare qualsiasi iniziativa privata giudicata eccessivamente “esuberante”.

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D’altro canto, invece, Mario Draghi ha mostrato il suo totale apprezzamento nei confronti di Joe Biden quando ha dichiarato di apprezzare il “cambiamento completo” messo in atto da Sleepy Joe in materia di clima. Di fatto, una vocazione atlantista che cementa le relazioni tra Roma e Washington e minimizza quelle con Pechino. Una vera novità che potrebbe non piacere ad alcuni esponenti di governo che hanno sempre guardato a Cina e Russia come partner d’elezione.

In materia di golden power, poi, va segnalato che questo governo sembra intenzionato a incrementarne l’utilizzo nel caso di aziende e player di paesi giudicati poco “interessanti” nelle relazioni internazionali. Così, non può stupire granché la decisione di Tim di chiudere i rapporti (almeno in Italia) con Huawei: sul 5G nello specifico e sulla digitalizzazione dell’intero sistema paese l’Italia sta giocando molta parte delle sue fiche derivanti dal Pnrr e non può permettersi passi falsi. E anche la sicurezza della rete stessa deve essere garantita. Per questo si è scelto di congedare Huawei.

La quale, tra l’altro, sta diventando marginale anche nel mercato degli smartphone, con vendite europee in calo del 75% nel primo trimestre del 2021. Se lo scorso anno l’azienda cinese valeva il 15% del mercato complessivo continentale, terzo brand dietro Samsung e Apple, oggi è scivolata in quinta posizione, scavalcata da Xiaomi e da Oppo e, soprattutto, con una quota di mercato del 4%. Colpa dell’impossibilità di accedere allo store di Android per le app, un vulnus che ha causato la rapida disaffezione dei consumatori.