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Economia
Coronavirus, Trivulzio: morire a 200€ al giorno. Rette alte ma cure non al top
Pio Albergo Trivulzio

Quei tanti morti e il tasso di incidenza così elevato dicono che più di qualcosa non ha funzionato a dovere nella strage degli anziani colpiti dal coronavirus al Pio Albergo Trivulzio. Il Coronavirus è entrato nelle stanze della “Baggina”, come la chiamano a Milano e ha avuto gioco facile a infettare i vecchi ricoverati. Toccherà ora alla magistratura appurare se ci sono state negligenze e responsabilità oggettive nell’ecatombe del Trivulzio e, come poi si è visto, in molte residenze per anziani non solo in Lombardia. Persone anziane e fragili. Il virus non doveva entrare in quelle corsie. 

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Attilio Fontana e Giulio Gallera


 

Ma al di là dell’inchiesta penale su quanto accaduto a livello sanitario l’epidemia di morti mette anche a fuoco la gestione economico-finanziaria delle residenze sanitarie per gli anziani (Rsa). Le Rsa possono essere infatti un business formidabile. Pochi investimenti fissi, costi basati essenzialmente solo su spese per il personale, e tariffe elevate. Un mix che consente un affare con poco rischio e lauti guadagni

Tanto che molti privati sono entrati da tempo nella gestione. Ci si convenziona con il sistema sanitario pubblico che copre di fatto metà della retta sobbarcandosi i cosiddetti costi sanitari, mentre gli ospiti pagano i costi di permanenza e alloggio.

ECCO I CONTI DEL TRIVULZIO 

Vediamo come funziona nel caso del Trivulzio. I dati di bilancio permettono di fare una radiografia di un business ricco sulla pelle degli anziani spesso lasciati soli e mal accuditi.  Nel 2018 il Trivulzio ha incassato dalle sole rette la bellezza di 68 milioni di euro. Tra le residenze di Milano e Merate la Baggina dispone di poco meno di 900 posti letto. Ogni ospite quindi vale 75mila euro di incasso all’anno. Metà a carico dell’ospite che paga mediamente tra i 90 e i 100 euro al giorno, l’altra metà pagata dalla Regione Lombardia con il fondo sanitario pubblico. 

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In totale fanno poco più di 200 euro per ogni giorno di ricovero. Una tariffa da hotel a 4 stelle cui però difficilmente corrisponde un trattamento analogo.

RETTE ONEROSE E COSTI TENUTI ALL’OSSO

Basta vedere i costi che sopporta la Baggina. Il vitto per i 900 ospiti costa alla struttura pochi spiccioli. Solo 2,1 milioni all’anno; il 3% della retta totale (tra ospite e Regione) se ne va in cibo. Un’inezia rispetto a quanto il Trivulzio incassa dalle rette. I costi di lavanderia sono di soli 1,2 milioni all’anno. Anche qui poca cosa. Addirittura i materiali sanitari costano alla struttura solo 330 mila euro l’anno. Di fatto i cosiddetti costi di mantenimento degli anziani ricoverati valgono solo 4,5 milioni di euro l’anno. 

Meno del 7% dei ricavi se ne va per assicurare di fatto la permanenza nella struttura. Si potrebbero pensare a questo punto che siano i costi sanitari a impegnare molte risorse. Non è così. Il totale dei costi sanitari è stato nel 2018 di soli 4,2 milioni. Su incassi per 68 milioni vuol dire investire nell’assistenza sanitaria solo il 6% dell’incasso. Bruscolini. Per i farmaci per i pazienti si spendono 1,45 milioni e per i presidi addirittura solo 290mila euro all’anno. 

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LA FORBICE TRA INCASSI E ASSISTENZA AGLI ANZIANI

Come si vede c’è una sproporzione gigantesca tra quanto pagano gli anziani e il sistema sanitario pubblico e i servizi offerti. Vista così è un business ricchissimo. Tutto verte a questo punto sul costo del personale che fa la differenza. E qui il Trivulzio sembra non badare a spese. Mille e trecento tra dipendenti e collaboratori che costano ogni anno 48 milioni di euro. Di fatto l’80% dei ricavi da rette pagano i costi di medici, infermieri e operatori socio sanitari. Tanti, più degli ospiti. Tanti e pagati relativamente poco. Ma è qui che scricchiola il bilancio che chiude la gestione operativa, pagati ben 8 milioni di spese generali e amministrative, il doppio delle spese sanitarie, in perdita per 2,5 milioni. Il Trivulzio rimette a posto i conti vendendo immobili e terreni frutto di donazioni. L’anno scorso ha messo a bilancio 12 milioni di plusvalenze finanziarie derivanti dalla vendita di un intero immobile, in centro a Milano in via Santa Marta, che riporta in utile i conti 2019 per 16 milioni di euro.

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LA FAMIGLIA DE BENEDETTI, I PRIMI OPERATORI PRIVATI CON KOS

E che, se ben calibrati i costi del personale, il business delle case di riposo sia più che attraente lo dimostra l’esperienza del gruppo Kos, il ramo della sanità privata della Cir dei De Benedetti. Che ha visto molti morti nelle sue residenze pur non avendo intercettato flussi di  malati di Covid, come ha fatto il Trivulzio, provenienti dagli ospedali al collasso. Le residenze per anziani del gruppo Kos sono gestite con il marchio Anni Azzurri. Ben 51 residenze in tutta Italia che vantano oltre 5.300 posti letto. Le case di riposo della Cir fatturano l’80% dei ricavi totali del gruppo e valevano nel 2018 438 milioni di euro. Quei 5.300 posti letto consentono ricavi per oltre 430 milioni all’anno. 

Ogni anziano ricoverato porta in cassa 82 mila euro all’anno. Come si vede anche qui la retta giornaliera pro capite vale oltre 200 euro. Di cui la metà a carico del sistema sanitario pubblico. Una bella rendita. Da imprenditori privati capaci e attenti alla gestione, i De Benedetti sanno far fruttare bene questi incassi. Le spese per il personale che affondano i conti del Trivulzio sono tenute a livelli sostenibili. Pesano solo per il 40% dei ricavi contro l’80% del Trivulzio. 

PROFITTI MILIONARI 

Et voilà, ecco che il gruppo Kos complessivamente ha portato a casa 35 milioni di utili netti solo nel 2018. I De Benedetti insegnano: basta calibrare bene il rapporto tra i costi del personale e le rette e il gioco è fatto. Profitti milionari assicurati. Ora anche su una delle residenze di Milano di Anni Azzurri, la San Faustino a Lambrate sarebbe aperto un fascicolo di indagine della Procura sulle morti da Covid. 

IL BUSINESS MILIARDARIO IN LOMBARDIA

Ci sono i privati come i De Benedetti, ma ci sono anche fondazioni senza scopo di lucro, enti religiosi, cooperative e via dicendo. Sono gli “imprenditori” delle case di riposo che sono lievitati come funghi. Nella sola Lombardia ci sono più di 600 strutture accreditate con il servizio sanitario regionale con una capienza di oltre 60mila posti letto. Le stime attribuiscono rette medie giornaliere che viaggiano sui 60 euro. Questo è il valore che paga l’anziano o la sua famiglia. A questo, per le case di riposo, si aggiunge mediamente un incasso di altri 60 euro da parte della Regione.

A conti fatti il pubblico cioè i contribuenti sborsano ogni anno 1,3 miliardi come costi sanitari a integrare le rette. Un business miliardario che ha fatto gola a molti in questi anni. Incassi garantiti dalla Regione. Basta modulare i costi e i profitti sono assicurati. Anche se sei una Fondazione o un ente religioso. E così moltitudini di anziani spendono ogni mese dai 2mila ai 3mila euro per essere assistiti e si presume anche curati. Tariffe da soggiorni in hotel a 4 stelle. Ma come si è visto dai conti spesso con trattamenti da modestissima pensioncina. Un divario surreale.

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