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Economia

Di Francesco Daveri*

L’Italia è immersa in una campagna elettorale che evita i veri problemi o sottostima i costi fiscali di strategie alternative per il rilancio dell’economia. Così si alimenta la nebbia sulle future politiche della coalizione vincente. Ma, come ci mostrano i dati americani, l’incertezza azzera la crescita.
 

LA CRESCITA SI FERMA IN AMERICA
 
L’Italia politica è immersa in una campagna elettorale che accuratamente evita di parlare dei problemi che contano o sottostima i costi fiscali di strategie alternative per il rilancio dell’economia. Tutto ciò alimenta la nebbia sulle politiche che saranno adottate dalla coalizione elettorale vincente alle elezioni. Ma il costo dell’incertezza si abbatte negativamente su un’economia già in ginocchio. Che la politica dello struzzo costi ce lo insegnano, ad esempio, i più recenti dati sull’economia americana. Il Bureau of Economic Analysis ha infatti pubblicato i dati sulla crescita del Pil Usa nel quarto trimestre. È un sostanziale meno zero per cento (-0,1 annualizzato) rispetto al trimestre precedente dopo una sequenza di +0,5, +0,4 e +0,8 per cento, registrati, rispettivamente, nel primo, secondo e terzo trimestre 2012. Come dire che anche un paese avviato sul binario di una non stratosferica ma solida ripresa del 2,5 per cento l’anno circa, se esposto al vento della “policy uncertainty” soffre. Sull’economia americana nel quarto trimestre si sono infatti abbattute le conseguenze del dibattito sul precipizio fiscale, il fiscal cliff. Ora ce lo siamo già dimenticato, anche perché all’ultimo minuto il Congresso, per quanto diviso tra politici di opposte fazioni, è riuscito a trovare un accordo che ha scongiurato – almeno fino alla fine di febbraio – gli aumenti automatici di tasse per la classe media e le drastiche riduzioni di spesa su cui l’America si era divisa subito dopo la rielezione del presidente Obama. Anche così, cioè nonostante il pericolo sia stato per ora sventato, per un trimestre e più, l’America è rimasta appesa a un punto di domanda sul futuro, un punto di domanda relativo a cosa sarebbe successo dopo il 31 dicembre 2012.

 E così le aziende si sono difese: nel dubbio hanno smesso di accumulare scorte. Il rischio era quello di trovarsi con troppi prodotti invenduti nel caso in cui il paese fosse caduto davvero nel precipizio. L’investimento in scorte è quello più importante nel determinare le oscillazioni cicliche del Pil. E dunque il Pil nel quarto trimestre si è fermato per la riduzione delle scorte (oltre che per il calo della spesa pubblica e dell’export), nonostante la sostanziale tenuta dei consumi e degli investimenti in macchinari e la lieve ripresa dell’immobiliare.
 

LEZIONI PER L’ITALIA
 
A tanto arriva l’incertezza sulle politiche future: anche in un’economia come quella americana in cui famiglie e imprese – un po’ rassicurate dalla migliorata situazione della finanza e del mercato immobiliare – hanno ritrovato la voglia di spendere e investire di qualche anno fa, la crescita si ferma se ci sono troppi punti interrogativi politici sul futuro. Figuriamoci che effetto fa l’incertezza relativa alle politiche future in un’economia già duramente provata da rischi di default passati e aumenti di tasse presenti come quella italiana. Sarebbe bello che la politica italiana se ne accorgesse per evitare che chi vince si trovi a raccogliere solo cocci.

*Da Lavoce.info

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