Wicked Messenger, raccontare gli anni Sessanta attraverso Bob Dylan

"Wicked Messenger. Bob Dylan e gli anni sessanta" di Mike Marqusee, in uscita per il Saggiatore, non è l’ennesima biografia di Bob Dylan. È, piuttosto, il tentativo riuscito di ricostruire un periodo storico, quello degli anni Sessanta, attraverso le liriche del cantautore più importante di sempre. Leggi l'introduzione in esclusiva su Affaritaliani.it

Giovedì, 4 marzo 2010 - 16:15:00

Wicked Messenger saggiatore bob dylan
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Bob Dylan. Quale Dylan? Lo sbarbatello con la chitarra acustica a tracolla e la sigaretta di traverso? O quello più sofisticato con il cappellaccio, la giacca di fustagno e il dolcevita, uniforme di rito per i beatnik di inizio anni Sessanta? Oppure quello con la giacca di pelle, i jeans a tubo, gli stivali a punta e gli occhiali scuri che strapazza una Stratocaster e impreca contro la comunità folk?
O, forse, quello fulminato sulla via di Damasco che pare si nasconda tra la folla dei fedeli in una delle chiese evangeliche più all’avanguardia della California? Di Dylan ce ne sono tanti e nessuno è il vero Dylan o, forse, lo sono tutti. Anzi, sembra quasi che Dylan non esista. Forse perché lui più di ogni altro artista del Novecento ha saputo incarnare le pulsioni contrastanti della società statunitense, spesso cavalcandone la prima onda del cambiamento e mascherandosi come un abile camaleonte umano.

"Wicked Messenger. Bob Dylan e gli anni sessanta" di Mike Marqusee, in uscita per il Saggiatore, non è l’ennesima biografia di Bob Dylan. È, piuttosto, il tentativo riuscito di ricostruire un periodo storico, quello degli anni Sessanta, attraverso le liriche del cantautore più importante di sempre.  Marqusee fa rivivere una storia in bianco e nero, restituendole i colori che solo il giusto distacco emotivo e la necessaria distanza temporale possono rianimare, e lo fa attraverso un’analisi lucida che va dai primi vagiti del neofolk, alle presunte simpatie della comunità artistica newyorchese per l’effimero movimento socialista, alla vicinanza con le idee e alcuni atteggiamenti del Black Power, alle marce per i diritti civili, alla protesta contro il coinvolgimento americano nella guerra del Vietnam magistralmente accostata dall’autore al movimento contro la guerra in Iraq e cristallizzata in testi di cantautori che Dylan lo hanno studiato a fondo, come Bruce Springsteen e Steve Earle.

Woody Guthrie, Martin Luther King, Medgar Evers, Odetta, John Fitzgerald Kennedy, Beatles, Pete Seeger, Joseph McCarthy, Richard Nixon sono alcuni dei tanti personaggi che popolano le pagine di Wicked Messenger, facendone un testo di storia americana tanto quanto un saggio di musica popolare. Mike Marqusee riesce nell’impresa ardua di coniugare il gusto popolare con l’interesse dell’analisi sociologica e storica del periodo che più di ogni altro ha fatto da spartiacque tra il prima e il dopo dell’Occidente. 
 
L'AUTORE - Mike Marqusee (New York, 1953) è l’autore di libri di grande successo sulla politica, l’arte e lo sport. Ha scritto per The Guardian, The Independent, Daily Telegraph, The Observer e The London Review of Books.
 
il Saggiatore
Collana La Cultura
In libreria dal 4 marzo
€ 20,00 / pp. 365
ISBN 978-88-428-1392-7

LEGGI L'INTRODUZIONE IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT

Quando Dylan eseguì «Masters of War» in una serie di concerti in tutti gli Stati
Uniti d’America nelle settimane successive all’11 settembre del 2001, una parte
del pubblico scandì la canzone con il forte grido di «Morte a Bin Laden!». Forse
quel pubblico aveva percepito uno dei brani preferiti dell’epoca della protesta
come un atto d’accusa non della struttura militare-industriale dell’America,
bensì dei suoi nemici nella guerra al terrorismo.
È improbabile che Dylan ci possa mai dire che cosa avesse in mente quando
cantò quella canzone in quel momento. L’enigma è da sempre il suo ferro del
mestiere. Dopo tutto, non ci ha mai realmente detto cosa ne pensasse della guerra
del Vietnam. Tuttavia, vale la pena di notare che Dylan aveva scelto di suonare
«Masters of War» anche alla cerimonia dei Grammy nel 1991, nel bel mezzo
della guerra del Golfo intrapresa dal primo presidente Bush e, di nuovo, alla vigilia
delle elezioni presidenziali del 2004.
Qualsiasi canzone o opera d’arte che sopravviva al suo momento storico
originario è potenzialmente soggetta a trasmutazioni ironiche. Disancorata da un
ambiente di significati condivisi, può addirittura trasformarsi nel suo opposto.
Esiste forse un esempio migliore della capacità del capitalismo moderno di
far proprie le espressioni di resistenza dell’adozione di «The Times They Are
A-Changin’» come jingle pubblicitario da parte della grande azienda di consulenza
Coopers & Lybrand?
Non ricordo la prima volta che incontrai Dylan. So che iniziai ad accorgermi
di lui mentre muovevo i primi passi come individuo politico e come timido
consumatore di prodotti culturali. Nel 1967, all’età di quattordici anni, avevo
già sentito buona parte degli album pubblicati da Dylan fino a quel momento,
conoscevo bene il suo mito ed ero convinto che lui fosse la punta di diamante
di una coscienza culturale avanzata, il trionfo di ciò che era più cool. Sapevo che
aveva sfidato i critici, che aveva tracciato un solco, che aveva fatto un incidente

in moto e che si era ritirato a vita privata. Cercai di scrivere poesie dylaniane.
Per un ragazzino che era più a suo agio con i libri e con le idee che con l’interazione
sociale, ma che, nonostante tutto, voleva disperatamente fare parte di
quel «qualcosa» che stava «succedendo» e si eccitava all’idea, Dylan era un talismano.
Adoravo la spinta viscerale della musica di Dylan tanto quanto il fatto
che essa lasciasse ampio spazio alla riflessione. Dylan era il ponte che colmava il
divario fra i miei impulsi contraddittori. Da un lato, il mondo era chiaramente
dominato dall’ingiustizia. Quelli che intendevano sfidarlo erano nel giusto e io
volevo essere tra loro. Dall’altro, il mondo era anche chiaramente ricco di cose
meravigliose, allettanti, sorprendenti che io volevo sperimentare. Ingurgitai poesia,
film, quadri e musica – e persino le notizie provenienti da una società sempre
più violenta e dal movimento dedito al suo cambiamento. In qualche maniera,
avrei voluto riconciliare queste due sfere dell’esistenza, quella personale e quella
pubblica, e, al pari di altre persone di quel periodo, misi in atto prodigiosi esercizi
di ginnastica mentale nei miei sforzi in tal senso. La mia esperienza degli anni
sessanta – compreso l’ascolto di Dylan – mi spinse, forse fin troppo spesso, a
cercare il lato estetico nella politica e quello politico nell’estetica.
Negli anni sessanta, tuttavia, ricevetti un dono inestimabile. Fui testimone
e feci parte di una rapida e inattesa radicalizzazione di massa. Le concezioni
supponenti che avevano caratterizzato l’America della Guerra fredda venivano
ora messe in discussione con una forza e una sollevazione impetuosa che nessuno
aveva previsto. Quel processo aprì scenari vertiginosi di trasformazione sociale
e personale. Si trattava di una maledizione tanto quanto di una benedizione.
Essere giovani in un periodo come quello non è sempre stato, a dispetto di
Wordsworth, «paradisiaco». Negli anni sessanta, negli Stati Uniti d’America,
essere giovani significava essere costantemente stimolati, frequentemente insicuri,
spesso spaventati; significava essere avvinti da desideri molteplici, essere gettati
nel calderone della storia, impreparati e spesso mal consigliati.
Nel rintracciare il percorso febbrile di Dylan in quel decennio, ho richiamato
alla memoria la mia indocile, personale crescita di quei giorni. Ma ho anche fatto
affidamento su ciò che è avvenuto in seguito – sul piano politico e personale.
Quando, nel 1971, giunsi in Inghilterra, scoprii che Dylan, insieme alla controcultura
di cui sembrava essere parte integrante, forniva un modello di riferimento
comune. Infatti, le vendite dei suoi dischi sono sempre state proporzionalmente
superiori in Inghilterra rispetto agli Stati Uniti.
Gli anni sessanta americani fanno parte degli anni sessanta globali. Togliete
uno dei due dall’altro e l’equazione cambia, la dinamica che caratterizzò quell’era
si altera. Tuttavia, gli anni sessanta americani restano speciali. Ciò che li rese tali
fu la cultura politica all’interno della quale si dipanarono. Una cultura caratterizzata
dalla debolezza delle tradizioni socialiste, soprattutto in seno al movimento
dei lavoratori, dall’assenza di partiti di massa, dalla centralità dell’oppressione
razziale, dalla diffusa fede nel destino e nell’identità eccezionali dell’America e
dal fatto che l’America era diventata un impero che non osava pronunciare quel
nome. Fu soprattutto negli Stati Uniti che le tendenze globali del consumismo e
della saturazione mediatica furono così avanzate. L’associazione della ribellione
degli anni sessanta con il potere delle immagini, dei simboli e dei prodotti culturali
trae origine da questa esperienza americana. Ironicamente, il capitale americano
contribuì a disseminare la cultura dissidente americana in tutto il mondo
e, in qualunque posto la gente riuscì a metterci su le mani, ne fece il proprio uso
personale. La musica che Bob Dylan produsse negli anni sessanta ha da tempo
travalicato le sue origini nazionali, allo stesso modo in cui è sopravvissuta alla sua
epoca, ma, per poterla capire, per farne il miglior uso possibile, se ne dovranno
rintracciare le radici nel tempo e nello spazio.
Per quanto ci si sforzi di misurare i risultati successivi di Dylan, risultati peraltro
sostanziali, essi non godono della stessa relazione ombelicale con il tumulto
del periodo quanto le sue opere degli anni sessanta. Si tratta di un corpo di
canzoni legato al dramma politico e culturale che stava dipanandosi in quell’epoca
più di quanto lo sia mai stata la sua produzione seguente. Rintracciare il filo
sottile che lega l’arte di Dylan al suo ambiente in rapida trasformazione è lo scopo
principale di questo libro. Tuttavia, se interpreto le canzoni nel loro contesto
musicale e politico, non le vedo come riflessi trasparenti dei tempi, bensì come
oggetti espressivi plasmati da un individuo in risposta a quei tempi. Dylan non
fu un fulmine passivo, un conduttore impersonale di formidabili correnti storiche.
Piuttosto, fu un navigatore di quelle correnti.
Gli anni sessanta misero in scena molti degli eccessi sconquassanti di altre
epoche di insorgenza e di reazione – aspirazione, frustrazione, zelo missionario
e insicurezza invalidante. È raro, tuttavia, trovare un’esperienza storica così copiosa
compressa nell’opera di un solo artista. Poche ere di cambiamento sociale
sono state espresse artisticamente bene quanto gli anni sessanta americani da
parte di Dylan. Le sue canzoni ci rappresentano il momento politico-culturale
in tutta la sua complessità dinamica.
Mentre le vendite di dischi, cassette e cd dell’intera carriera di Dylan superano
la soglia dei 35 milioni, è utile ricordare che le sue vendite sono state superate
non solo dai Beatles e da Presley – artisti che hanno valicato quota 100 milioni –
ma anche da Prince, Madonna, Elton John, Michael Jackson, Eagles, Aerosmith
e Kenny Rogers. Alla fine, ciò che conta nella storia della cultura popolare non è
semplicemente il fatto che molte persone acquistino un prodotto, bensì ciò che quel
prodotto significa per loro, il ruolo che svolge nelle loro vite, la forza plasmante
sulla loro immaginazione. La cultura popolare non è una massa indifferenziata.
Lo stretto rapporto estetico e politico con essa richiede specifiche distinzioni e
giudizi. Una delle lezioni dell’arte di Dylan negli anni sessanta sta nel fatto che,
nelle circostanze adeguate, i produttori e i consumatori della cultura popolare
sono coinvolti nel modo più vivace e controverso nell’espressione di distinzioni
e nella formulazione di giudizi. Non riuscire a farlo equivale a condiscendere al
genere, all’artista, al pubblico e all’epoca.
Il mio scopo non è sostenere che Dylan sia un fattore causale. Tuttavia, è effettivamente
mia intenzione esaminare la sua opera in un preciso contesto temporale,
per un motivo specifico: trarne ispirazione, lezioni e moniti. Ho scritto
questo libro durante la guerra in Iraq. Molti dei giovani attivisti contrari alla guerra
che ho incontrato negli ultimi mesi conoscono l’opera di Dylan e lo considerano
un artista di protesta – per quanto lui abbia voltato la schiena all’impegno
politico quasi quarant’anni fa. A volte penso che siano eccessivamente intimiditi
dagli anni sessanta. Una celebrazione autoindulgente della nostra generazione
e di Dylan non rende loro un favore. L’eredità di quell’epoca è ricca, ma solo se
analizzata in maniera critica.
Nel periodo coperto da questo libro, Dylan realizzò nove album, scrisse
centinaia di canzoni rimaste inedite, si esibì dal vivo un numero imprecisato di
volte e sbalordì i suoi sostenitori con una rapida successione di trasmutazioni
stilistiche, politiche e personali – da neofita folk a cantante di protesta, a poeta
rock’n’roll, a vecchio contadino saggio. Si trattò di cambiamenti reali e tumultuosi.
Ma ho cercato di sottolineare anche gli elementi di continuità. Si tratta di
un complesso progetto artistico realizzato da un solo artista, riconoscibile in tutte
le sue avventure.
Questo libro racconta la storia di un artista e di un movimento, una storia di
crisi personali e sociali interdipendenti e sostanzialmente irrisolte. Una storia che
si dipana in quello che potrebbe essere definito un momento storico esteso e stratificato.
Alla fine degli anni sessanta, gettando uno sguardo sul decennio ormai
passato, Julius Lester fu colpito dalla lunghezza del tragitto percorso:2
Il passaggio dai sit-in di protesta ai ristoranti economici del Sud al partito delle
Pantere Nere, dalle dimostrazioni pacifiste contro gli esperimenti nucleari al
movimento di massa contrario alla guerra, dalla beat generation alla rivoluzione
culturale, è un viaggio decennale che va quasi al di là della nostra comprensione.
Eppure, è proprio questo il viaggio che è stato compiuto.
Lester stesso percorse molte miglia: dopo aver aperto il decennio come cantante
folk, lo concluse come nazionalista di colore, più tardi si convertì all’ebraismo e
divenne un prolifico autore di libri per bambini. L’andatura del viaggio non fu
mai costante e la direzione non fu mai univoca, né tutti lo intrapresero dal medesimo
punto, seguirono il medesimo percorso o raggiunsero la stessa destina-
zione. Non c’erano mappe. Era facile smarrirsi. Dylan offrì una guida: «To live
outside the law you must be honest» [per vivere al di fuori della legge devi essere
onesto].3 Ma – e nessuno lo capì meglio di Dylan – era un consiglio difficile
da seguire.
Le idee, gli impulsi e i pregiudizi da me assorbiti negli anni sessanta hanno
determinato molte delle scelte che ho fatto e molte di quelle che ho evitato.
Non sono mai riuscito a equilibrare il lato estetico con quello politico. Nonostante
ciò, dato che sono un caso disperato, immagino che seguiterò ad andare
avanti così, a dispetto dei risultati frustranti. Questo libro è una piccola parte
di quello sforzo.

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