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Esteri
Afghanistan, Trump: "Più uomini fino alla vittoria finale"

“D’istinto ero per il ritiro ma ho cambiato idea: non abbandoneremo fino alla sconfitta finale dei terroristi”. Donald Trump ammette il suo voltafaccia sull’Afghanistan, la guerra più lunga nella storia degli Stati Uniti (16 anni). L’aveva definita inutile, uno spreco da interrompere subito. Ora dà carta bianca ai suoi generali, senza restrizioni né date di scadenza, fino a quando i talebani, Al Qaeda e l’Isis saranno “cancellati”.

Lancia un duro monito al Pakistan perché smetta di offrire rifugio e aiuti ai fondamentalisti; auspica un coinvolgimento maggiore dell’India a fianco dell’America. E chiede più sforzi agli alleati della Nato. Evoca la strage di Barcellona per indicare la ferocia del nemico. Promette di non ripetere l’errore fatto in Iraq, un ritiro troppo precoce che ha lasciato “un vuoto colmato dall’Isis”. Stavolta l’America non ha piani di ritiro “fino alla vittoria finale”.

Sono le 21 in punto nella base militare di Fort Myers, vicino al cimitero militare di Arlington. Gran parte dell’esecutivo è in prima fila, nell’auditorium pieno di soldati. Trump legge in 25 minuti un discorso che gli è stato preparato nei minimi dettagli dai suoi generali: McMaster capo del National Security Council e Mattis alla Difesa. I militari che lo circondano (insieme al generale Kelly nuovo chief of staff) incassano la sua capitolazione: da candidato si era detto contrario a rimanere in Afghanistan, ora promette che saranno “i militari sul terreno a prendere le decisioni, basta col micro-management da parte di Washington”. Potere totale al Pentagono, con cui il suo predecessore Barack Obama aveva avuto una faticosa e ostica trattativa all’epoca del “surge” (quando i militari Usa in Afghanistan avevano raggiunto quota centomila: oggi sono novemila).

Trump cancella perfino le procedure di autorizzazione per i colpi dei droni, che dovevano passare dalla Casa Bianca. “Le decisioni appaiono in una luce diversa quando siedi nello Studio Ovale”, dice Trump per giustificare il suo rovesciamento di posizione. Si è convinto che un ritiro finale dall’Afghanistan oggi – quello promesso e quasi attuato da Obama – sarebbe un errore fatale, “finirebbe per creare come in Iraq un altro vuoto che verrebbe riempito dai nostri nemici, talebani, Al Qaeda, Isis”. Sottolinea che tra Afghanistan e Pakistan ci sono “le più alte concentrazioni di terroristi al mondo”, ai quali il governo pakistano “offre rifugi”. Si sofferma sul fatto che il Pakistan ha un arsenale nucleare e potrebbe scoppiare una guerra con l’India. Bisogna “impedire che le armi nucleari finiscano nelle mani dei terroristi”. E’ un attacco durissimo nei confronti del Pakistan, il paese che ospitò Osama Bin Laden, a cui Trump lancia un vero e proprio ultimatum: “Ha molto da perdere se continua a ospitare i criminali nostri nemici, mentre da noi riceve miliardi”.

Non lo interessa fare “nation building”, non vuole vestire i panni di George W. Bush e dei neocon che pretendevano di “esportare democrazia”. Dice che il futuro dell’Afghanistan lo decideranno gli afgani, magari perfino con un accordo politico coi talebani quando ce ne saranno le condizioni. L’unica missione che lo guiderà, assicura, è “proteggere gli americani, impedire un altro 11 settembre, sconfiggere ed eliminare i terroristi per sempre”.

Non dà numeri sulle forze aggiuntive che manderà a combattere, anche se è confermato che il Pentagono ha avuto il via libera per aggiungere altri 4.000 soldati. Non c’è una vera svolta strategica, a parte la chiara scelta di campo a favore dell’India e contro il Pakistan (che a questo punto si sposterà ulteriormente verso la Cina e la Russia). In concreto non è chiaro cosa cambierà rispetto alla conduzione della guerra negli ultimi mesi o anni. Se non che questa diventa la “sua” guerra, se ne appropria, e togliendo ogni vincolo di calendario per il ritiro degli americani ne fa una guerra a oltranza.

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