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Esteri

Di Matteo Colombo, giornalista freelance, per l'Ispi

Uno dei termini usati dai media per descrivere la parte più estremista dei gruppi armati operanti in Mali o Siria è “salafita”. Questa parola è diventata ormai sinonimo di musulmano conservatore o, in altri casi, d’integralista che condivide o è ideologicamente vicino alle posizioni espresse dalle organizzazioni terroristiche più radicali, come al-Qaida. Eppure un’alta percentuale di musulmani che si definiscono “salafiti” sono credenti che rifiutano qualsiasi impegno politico e perciò sono lontani dalle posizioni più oltranziste espresse dai gruppi politici che giustificano la lotta armata e il terrorismo.

All’interno della galassia salafita convivono, infatti, diverse interpretazioni. Spesso i gruppi che accettano questa definizione hanno in comune soltanto alcuni aspetti dell’interpretazione religiosa. Tra questi c’è il richiamo all’esempio degli antenati (salafi) che hanno condiviso con Maometto la loro esistenza terrena. I primi musulmani rappresentano un ideale di purezza e rettitudine morale, valido anche per il mondo contemporaneo. C’è poi l’idea che sia necessario “depurare” l’Islam da ogni elemento riconducibile al periodo precedente la nascita di Maometto, la cosiddetta età dell’ignoranza (jahaliyya). Inoltre, tutti i gruppi salafiti ritengono un dovere religioso rifiutare ogni “innovazione” (bid’a) dannosa per i credenti.

I salafiti differiscono invece dal punto di vista politico. L’elemento che distingue le principali interpretazioni è la strategia per creare lo “Stato Islamico” e ottenere quindi la purificazione morale di ogni credente.

Il gruppo più numeroso è quello dei “quietisti” che si ispirano agli insegnamenti di Nasil Al Din Al Albani ed evitano l’impegno politico attivo. Questi ritengono che lo stato Islamico sia la naturale conseguenza di una purificazione morale dei musulmani. La loro idea principale è che i credenti, una volta abbandonate le pratiche superstiziose e le innovazioni più dannose, sceglieranno una forma di governo che rispecchi i loro valori morali, ossia decideranno di creare una comunità basata sui dettami della Shari’a.

Questo gruppo ritiene che ogni associazione politica sia dannosa per lo stato islamico, poiché porta divisione (fitna) all’interno della comunità. I dotti di questa scuola spesso sconsigliano ai propri fedeli di ribellarsi, anche quando sono sottoposti a un governante ingiusto, per evitare di frazionare la comunità (umma) islamica. Spesso questi Imam si concentrano sugli aspetti formali e dispensano consigli di natura morale ai fedeli. La loro insistenza per questi aspetti e l’avversione per la politica è testimoniata da una famosa fatwa di Al Albani, che chiedeva ai palestinesi di abbandonare le zone occupate di Gaza e della West Bank, perché non potevano praticare correttamente la propria religione.

Altri gruppi ritengono invece che sia giusto combattere i governi che non rispettano la legge islamica. Questa idea appare per la prima volta nelle opere di Sayid Qutb, ma ha avuto una formulazione definitiva negli scritti di Abu Muhammad Al Maqdisi, l’autore che ha introdotto il concetto di fedeltà e disconoscimento (Al-wala’-wa-l-bara’) all’interno del pensiero politico salafita.

L’idea di questo intellettuale islamista è che il legame di fedeltà tra il governo e i suoi cittadini si possa considerare rotto quando un governante non legifera secondo le norme dell’Islam. Al Maqdisi ritiene che l’adesione all’Islam vada confermata tramite le azioni e le decisioni e che sia perciò giusto escludere dalla comunità chi sostituisce Dio con un idolo. Il governante che non rispetta le norme coraniche è da considerarsi quindi alla stregua di un idolatra, poiché preferisce le leggi positive alle norme volute da Dio, così come colui che venera un Idolo lo ritiene superiore ad Allah. Per questo motivo non c’è differenza tra il governante che legifera secondo norme diverse dalla Shari’a e l’infedele (kafir). Ne consegue che è un dovere di ogni musulmano ribellarsi a uno stato ingiusto, ossia retto da una legge che non si basi sulla Shari’a.

La visione jihadista di una parte degli estremisti che operano in Siria o Mali è la naturale evoluzione di questo concetto. Il punto di svolta che distingue i gruppi jihadisti da altre interpretazioni salafite è l’insistenza sul concetto di scomunica (takfir) per i musulmani che non rispettano i dettami religiosi. Questa idea ha portato alcuni estremisti a definire “nemici dell’Islam” la maggioranza dei musulmani, poiché questi non aderiscono alla loro dottrina religiosa. Per combattere chi si esclude dalla comunità è possibile ricorrere alla lotta armata. La violenza è considerata in alcuni casi l’unica soluzione, soprattutto quando un Governo non rispetta i dettami della religione e reprime i “veri islamici”, come succede in Siria e in Mali.

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