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Esteri
L'incubo terrorismo minaccia la Cina. In crisi il ruolo del partito comunista

Il recente attacco terroristico nella stazione dei treni di Canton, nella provincia di Guangdong, ripropone diversi interrogativi sulla capacità cinese di garantire la sicurezza interna.
 
Nell’attentato del 6 maggio sei persone sono rimaste ferite, di cui una è stata accoltellata alla testa e al collo e si trova in condizioni critiche. Al momento non ci sono rivendicazioni ufficiali ma secondo le autorità l’attacco potrebbe essere opera dei separatisti uiguri, minoranza musulmana che vive nella regione occidentale dello Xinjiang.
 
L’assalto, il terzo in una stazione in poco più di tre mesi, è avvenuto nonostante l’incremento delle misure di sicurezza a livello nazionale. Dopo quello della scorsa settimana nello Xinjiang che ha causato la morte di tre persone e il ferimento di altre 79, il presidente cinese Xi Jinping aveva infatti chiesto “azioni decisive” contro il terrorismo. Tuttavia, decenni di vane minacce hanno indebolito al credibilità di Pechino nella lotta al terrorismo mentre la repressione culturale in atto nella regione dello Xinjiang ha inasprito il disagio di milioni di uiguri moderati.
 
Quali misure sta prendendo il governo cinese?
 
La parola "terrorismo" appare oggi molto più frequentemente sui media cinesi rispetto a un tempo. Basti pensare che, se già si è avuta notizia di attentati durante gli anni Novanta, un white paper in proposito è stato presentato dal governo soltanto nel 2002. In questo, è stato un fattore decisivo lo storico ruolo del partito comunista di garantire la stabilità e l'integrità territoriale del paese. La presa di coscienza di un pericolo "terrorismo" (????) ha portato all'inserimento di una relativa casistica nel codice criminale con circa 7 mila condannati dal 2001. Le critiche di molte associazioni e di paesi occidentali hanno messo sotto accusa le informazioni, poche e dispersive, divulgate dalle autorità sulla precisa definizione dei movimenti, delle loro matrici ideologiche e delle loro strutture organizzative.
 
Ad esempio, il Dipartimento di Stato americano ha inserito l'East Turkestan Islamic Movement fra le organizzazioni terroriste del 2004, ma non compare nelle liste più aggiornate. Se ufficialmente l'Etim viene ricollegato al Movimento islamico dell'Uzbekistan, non mancano dubbi sulla velleità delle politiche repressive del governo cinese nella regione periferica dello Xinjiang.
 
In tutti i casi precedenti, gli attentatori sono stati arrestati in pochi giorni e, spesso, sono stati colpiti a morte, ma Xi Jinping e Li Keqiang hanno continuato a richiedere la possibilità di una specifica legislazione per combattere la nuova minaccia.

Quali sono i precedenti?
 
Tra il 2013 e il 2014, la Cina è stata colpita da una serie di attentati terroristici che hanno scosso profondamente il paese. Il primo attentato, il 1 novembre, ha contato 5 feriti, ma ha fatto notizia soprattutto la cortina di fumo che si è levata in piazza Tiananmen, di fronte al ritratto di Mao Zedong. Le autorità cinesi hanno subito ricollegato l'avvenimento al terrorismo indipendentista degli uiguri, la popolazione della regione frontaliera dello Xinjiang, ma il significato politico del gesto non sembrò già allora slegato dall'apertura del Terzo plenum del 18° Comitato centrale, uno fra più importanti per il Partito comunista cinese perché, in genere, è quello in cui la leadership al comando profila la propria politica economica futura.
 
Il 1 marzo, alla stazione ferroviaria di Kunming, capoluogo della provincia meridionale dello Yunnan, cinque attentatori muniti di lunghi pugnali hanno ucciso 29 persone e ne hanno ferite 143. Anche questo attacco si è verificato in corrispondenza di un evento politico, la riunione annuale del parlamento cinese, l'Assemblea nazionale del popolo. La reazione è stata dura: il presidente Xi Jinping ha inviato un alto rappresentante del partito a guidare le indagini; il premier Li Keqiang ha pronunciato un duro discorso in favore di nuove misure anti-terroriste.
 
Il 30 aprile, hanno causato 2 morti e 79 feriti due attentatori che, oltre ai coltelli, si sono fatti esplodere alla stazione ferroviaria sud di Urumqi, capoluogo dello Xinjiang. Oggi, a meno di una settimana di distanza, un nuovo atto terroristico ha luogo nella più conosciuta Canton, capoluogo della provincia meridionale del Guangdong, con un bilancio di 1 morto e 6 feriti.
 
Quali sono le motivazioni?
 
Nonostante lo Xinjiang sia una regione autonoma con propri spazi legislativi (anche se limitati), una volontà indipendentista della regione si è mostrata sin dalla fine dell'impero cinese (1911). Storicamente, lo Xinijang - che in cinese significa "Nuova frontiera" - è abitato dall'etnia turca degli Uighuri, differente rispetto a quella Han, che è la maggioranza nella Repubblica Popolare, ma nei secoli ha comunque subìto l'influsso della vicina civiltà cinese.
 
Il moderno terrorismo cinese, però, nasce negli anni Novanta. Non a caso, il disfacimento dell'Unione Sovietica ha portato all'indipendenza le popolazioni di origine turca dell'Asia Centrale. Lo Xinjiang è l’unica etnia turca in quell’area a essere ancora parte di uno Stato – per così dire – multinazionale.
 
L'obiettivo del movimento indipendentista cinese, l'Etim (East Turkestan Islamic Movement), sembra essere il Turkestan Orientale, una regione definita dai legami etnici delle popolazioni dello Xinjiang con quelle dell'Asia centrale. Nel 1933 e nel 1944, due repubbliche con questo nome sono sorte nell'area, spesso con il sostegno della Russia o dell'Unione Sovietica, ma la loro effimera esperienza - specialmente della seconda - è poi rientrata nell'alveo della "Nuova Cina" comunista.

Da http://www.ispionline.it/
 

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