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Esteri
Risolvere la crisi libica è quasi impossibile. Ecco perché

Il perdurare della situazione di caos e violenze in Libia sta raggiungendo livelli difficilmente prevedibili. In seguito agli scontri tra milizie rivali, particolarmente intense vicino all’aeroporto della capitale, molte rappresentanze diplomatiche hanno deciso di lasciare il paese.
Tra queste anche quella americana che ha spostato il proprio personale in Tunisia. In una nota ufficiale si legge che le operazioni della sede diplomatica saranno sospese sino a quando il livello di sicurezza non sarà migliorato ma al momento non è possibile fare previsioni al riguardo. Si tratta della seconda volta che gli Usa chiudono la propria ambasciata in Libia in poco più di tre anni. La prima, nel 2012, fu decisa in seguito all’attacco alla sede diplomatica a Bengasi dove fu ucciso anche l’ambasciatore americano Chris Stevens.
Non sono solo gli americani ad aver chiuso le ambasciate e ordinato ai cittadini di abbandonare il paese. Anche paesi arabi come Arabia Saudita e Algeria hanno preso la stessa decisione, insieme a Germania, Olanda e Francia.  Il Foreign Office inglese ha diramato l’ordine a tutti i cittadini britannici di lasciare immediatamente la Libia e ha drasticamente ridotto il personale della propria ambasciata.
La Farnesina è uno dei pochi ministeri degli Esteri che fa eccezione e la nostra ambasciata a Tripoli è pienamente funzionante anche se l’Unità di crisi ha avviato il piano di rientro volontario dei nostri connazionali. Nei giorni scorsi l’Eni, seguendo l’esempio della spagnola Repsol e della francese Total, ha trasferito i suoi tecnici del giacimento nordoccidentale di Mellitah sulla piattaforma offshore di Bouri, 120 chilometri dalle coste libiche, un chiaro segnale di quanto il livello di sicurezza nel paese stia precipitando.
Un appello a tutte le parti in causa affinché cessino al più presto gli atti di violenza e i combattimenti è stato lanciato con un comunicato diffuso dopo una riunione a cui hanno partecipato, nei giorni scorsi, rappresentanti e inviati speciali delle diplomazie di Usa, Ue, Italia, Malta, Spagna, Gran Bretagna Francia, Germania e Lega Araba. Ma la sanguinosa prova di forza che oppone le diverse milizie per il controllo dell’aeroporto di Tripoli dal 13 luglio non sembra destinata a risolversi velocemente, neanche dopo 47 morti e 120 feriti. Ad affrontarsi sono gli ex ribelli di Misurata che tentano di spodestare gli ex alleati anti-Gheddafi di Zintan dallo scalo internazionale che controllano dalla caduta del regime nel 2011.
Ora tutti gli occhi sono puntati sul 4 agosto quando si dovrebbe insediare il nuovo Parlamento eletto il 21 giugno scorso e nel quale la maggioranza sarà composta dai rappresentanti delle forze laiche e liberali.  La scelta di spostare la sede del Parlamento libico a Bengasii è criticata da molti analisti in quanto i continui scontri tra i gruppi islamici e jihadisti con le truppe del generale dissidente Khalifa Haftar - accusato di colpo di Stato- rendono la città orientale instabile e insicura quanto e più di Tripoli.
 
Come sbrigliare la matassa libica?
 

Come suggerisce Arturo Varvelli, ISPI Research Fellow, una stabilità libica duratura può essere conseguita solo con il confronto politico e delle componenti locali e regionali. È una strada molto più impervia ma l’unica che non conduca a uno stato fallito o a una nuova dittatura. Ma costringere i libici a mettersi tutti intorno a un tavolo è un’impresa disperata se gli stessi non lo desiderino. Un ruolo più incisivo delle Nazioni Unite sembra quindi obbligato. Qualche settimana fa una lettera aperta della Commission on Libyan Crisis indirizzata al segretario generale dell’Onu cercava di riportare l’attenzione pubblica delle istituzioni internazionali. Quasi come risposta Unsmil ha avviato un primo tentativo di avvio di dialogo nazionale.
Un primo passo politico –continua Varvelli - potrebbe essere quello della revisione della legge sull’isolamento politico di cui si sono avvantaggiati gli islamisti e la Fratellanza a sfavore di chiunque avesse avuto un ruolo (politico o amministrativo) nel regime di Gheddafi nonostante, magari, abbia combattuto con i rivoltosi sin da subito. Questa revisione dovrebbe venire accompagnata da concessioni alle forze islamiche sia sulla Costituzione che sulla loro piena partecipazione politica. Poi si aprirebbe certamente il capitolo delle autonomie locali e regionali. L’unica via, certamente la più faticosa, non può che essere quella del compromesso tra le varie componenti politiche e localistiche del paese: un’arte che sinora non sembra purtroppo appartenere alle corde dei libici. La vicina Tunisia sembra invece offrire un vero modello.

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