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Esteri


Di Gianni Pardo

Gérard Depardieu è un signore russo. Per motivi fiscali. E tutti gli dànno addosso, anche se il corpulento gaudente non si è ribellato a un qualunque prelievo dello Stato sui suoi guadagni, ma ad un taglieggiamento del 75%. Come se un rapinatore, dopo aver sottratto alla vittima automobile e portafogli, avesse la buona creanza di lasciargli i vestiti. La democrazia, quando è nata, non riguardava uno Stato unitario ma le singole città greche. Queste polis erano inserite in una comunità culturale in cui si parlava la stessa lingua (la koiné), si adoravano gli stessi dei, si sentiva di appartenere ad un'unica nazione (come si vide alle Termopili) e tuttavia si sentivano veramente indipendenti. Lo stesso legame che univa il cittadino alla sua città era in definitiva di mutuo gradimento. La polis poteva escluderlo dalla comunità e costringerlo all'esilio mediante l'ostracismo, ma da parte sua il singolo poteva benissimo abbandonarla andando a vivere a pochi chilometri in un'altra città. Un po' come Depardieu che - prima di divenire russo - ha stabilito la sua residenza nel Belgio di lingua francese. Tanto da avere Parigi più vicina di quanto l'abbia un bretone o un guascone.

L'idea che il cittadino debba subire qualunque imposizione, da parte dello Stato, non è democratica. Ma purtroppo la nostra è un'epoca moralista. Qualcuno che non vuole pagare troppe imposte è colpito dall'universale riprovazione. Si dimentica che quand'anche l'aliquota fosse piatta, cioè uguale per tutti, il ricco pagherebbe  sempre più del povero perché spende più di lui e paga così tasse indirette. Di fatto invece l'aliquota è fortemente proporzionale ed anche per questa via egli versa molto di più alla collettività. Che infine gli si chieda di farsi depredare col sorriso e il sentimento di avere adempiuto un elementare dovere morale, è eccessivo. Lo Stato non deve pretendere, come l'Inquisizione, che il condannato si penta e riconosca che i suoi torturatori hanno ragione. Non deve divenire il braccio armato dell'invidia. Fra l'altro non si ripeterà mai abbastanza che chi è avido del denaro altrui non è legittimato a giudicare avido chi vuole tenersi il proprio.
Lo Stato non deve credersi onnipotente. Come ha detto Lord Acton, il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente. Non solo le spese pubbliche eccessive sono dunque fonte di oppressione fiscale per il popolo, ma sono anche occasione di illeciti. La costruzione del Partenone rese più che sospetti di appropriazione indebita Fidia e Pericle, e l'astronomico costo della basilica di S.Pietro, con i modi disinvolti adottati per ottenere finanziamenti, è stato una delle ragioni del sorgere del Protestantesimo. Né si deve dimenticare che il correttivo degli eccessi di chi governa è la rivoluzione, sanzione non irrilevante. Non è un caso se tanti imperatori romani non sono morti nel loro letto: come del resto Ceausescu.

Ma la tendenza è ad essere idealisti e generosi, quando pagano gli altri. Non mancherà dunque chi disprezzerà Depardieu perché si è ribellato per motivi tutt'altro che nobili. Per il vile denaro si può rinunciare all'onore di essere compatriota di Molière e di Napoleone? Eppure questa argomentazione è ridicola. Non soltanto la protesta contro le tasse è legittima ma in passato è stata anche causa di grandi progressi sociali. La Magna Charta ebbe origine dalla rivolta contro l'esosità del fisco: lo sanno anche i bambini che leggono la leggenda di Robin Hood. Carlo I d'Inghilterra finì sul patibolo come atto finale di una sommossa cominciata per motivi fiscali e finita con la smentita della "sovranità per grazia di Dio". L'ideologia di base della rivolta americana contro la Corona inglese fu la protesta contro un fisco irresponsabile nei confronti dei cittadini, e la proclamazione del principio no taxation without representation. Le tasse sono essenziali, nei rapporti fra il cittadino e lo Stato. Protestare contro di esse, se sono eccessive, serve a limitare le spese dello Stato, a porre un freno alla demagogia dei politici e ad evitare che la collettività si impoverisca. Perché la prima causa della prosperità nazionale è l'avidità di ricchezze dei singoli. Un'avidità che li spinge a produrre sempre di più, anche per lasciare un patrimonio ai figli. Se si vieta loro di arricchirsi e di lasciare i loro beni agli eredi, come avrebbe voluto Rousseau, il risultato è la decadenza di tutto il Paese. Depardieu personalmente non è simpatico. È un mangione, un beone, uno che per la sua ricerca di piaceri carnali non tiene conto neppure della propria salute. Infatti è abbastanza obeso per fare la parte di Obélix senza imbottiture e forse non arriverà ad una vecchiaia avanzata. Ma tutto ciò non impedisce che la sua azione sia sacrosanta. Chi ha torto, in tutta questa vicenda, è lo Stato moderno. Invadente ed esoso. Anche se stavolta incarnato da una delle nazioni più gloriose del mondo.

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