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Esteri

La scorsa settimana il Presidente Barack Obama ha annunziato che gli Stati Uniti avrebbero trasmesso nei prossimi mesi la responsabilità per le operazioni di combattimento in Afghanistan ai militari afgani. Un passo importante nella direzione del ritiro delle forze statunitensi. Nella stessa scorsa settimana la Francia ha dato inizio ad un intervento in Mali, con lo scopo di impedire ai jihadisti di prendere il controllo del Paese e di creare una base operativa nelle antiche colonie francesi in Africa.

I due eventi sono collegati in un modo che trascende l'argomento dell'insorgenza islamista e induce a riflettere su un più ampio cambiamento geopolitico. Gli Stati Uniti non stanno soltanto riducendo i loro impegni di combattimento; si stanno allontanando dal punto di vista secondo cui essi hanno la prima responsabilità di occuparsi del mondo nel loro proprio interesse  e nell'interesse dell'Europa e degli altri loro alleati.

È interessante richiamare come gli Stati Uniti si impegnarono nell'Afghanistan. Dopo il 9 Settembre gli Stati Uniti erano sotto shock e mancavano di chiare informazioni su al Qaeda. Non sapevano quali ulteriori capacità avesse al Qaeda o quali fossero le intenzioni del gruppo. Mancando di informazioni segrete, un leader politico ha l'obbligo di agire sugli scenari peggiori dopo che un nemico ha dimostrato capacità e intenzioni ostili. I possibili scenari andavano da ulteriori cellule dormienti che aspettavano ordini negli Stati Uniti al fatto che al Qaeda avesse ottenuto armi nucleari per distruggere intere città. Quando non si sa che fare, è insieme prudente e psicologicamente inevitabile che si facciano piani per il caso peggiore.

Gli Stati Uniti avevano sufficienti informazioni per agire in Afghanistan. Sapevano che al Qaeda operava in Afghanistan e che facendo crollare la cellula principale era un passo utile per intraprendere qualche azione contro la minaccia. Comunque, gli Stati Uniti non invasero immediatamente l'Afghanistan. Bombardarono molto pesantemente il Paese e inserirono solo limitate forze di terra, ma il principale peso della lotta contro il governo dei Talebani fu nelle mani delle forze anti-Talebani in Afghanistan che avevano già resistito ai Talibani e nelle mani delle altre forze che potevano essere indotte ad agire contro i Talebani. I Talebani si ritirarono dalle città e si prepararono per una lunga guerra. La cellula di comando di al Qaeda lasciò l'Afghanistan e si spostò in Pakistan.

Gli Stati Uniti raggiunsero il loro scopo principale molto rapidamente. Lo scopo non era quello di privare al Qaeda della possibilità di operare in Afghanistan, un obiettivo che non avrebbe dato nessun positivo risultato. Piuttosto, lo scopo era quello di impegnare al Qaeda e distruggere la sua struttura di comando-e-controllo in modo da far diminuire la capacità del gruppo di pianificare ed eseguire ulteriori attacchi. La spostamento in Pakistan come assoluto minimo dava il risultato di guadagnare tempo, e mantenendo continua la pressione sulla cellula principale permetteva agli Stati Uniti di ottenere maggiori informazioni segrete riguardo ad ai punti di forza di al Qaeda nel mondo.

La seconda missione - identificare i punti di forza di al Qaeda nel mondo - richiedeva un secondo sforzo. Il mezzo principale per identificarli era attraverso  le comunicazioni elettroniche e gli Stati Uniti procedettero alla creazione di un grande meccanismo tecnologico progettato per scoprire le comunicazioni e usare questi dati  per identificare e catturare o uccidere gli operatori di al Qaeda. Il problema, con questa tecnica - di fatto l'unica disponibile - era che era impossibile monitorare le comunicazioni di al Qaeda senza monitorare quelle di chiunque altro. Se c'era un ago nel pagliaio, bisognava esaminare l'intero pagliaio. Questo è stato un cambiamento radicale nella relazione del governo con le comunicazioni dei privati cittadini. La giustificazione era che in un tempo di guerra in cui la minaccia agli Stati Uniti era incerta e possibilmente massiccia, queste misure erano necessarie.

Questa azione non è stata unica, nella storia americana. Abraham Lincoln violò la Costituzione in molti modi, durante la Guerra Civile, dalla sospensione del diritto all'habeas corpus a bloccare la legislazione del Maryland per impedire che fosse votata una norma di secessione. Franklin Roosevelt permise all'FBI di aprire la posta dei cittadini e mise gli americani di origine giapponese in campi di internamento. L'idea che le libertà civili devono essere protette in tempo di guerra non è il modo in cui gli Stati Uniti, o la maggior parte dei Paesi, operano. In questo senso non c'è stato nulla di unico nella decisione di monitorare le comunicazioni allo scopo di trovare al Qaeda e por fine agli attacchi. In che altro modo poteva essere trovato l'ago nel pagliaio? Nllo stesso modo, la detenzione senza processo non è stata unica. Lincoln e Roosevelt ci ricorsero tutti e due.

La Guerra Civile e la Seconda Guerra Mondiale furono diverse dall'attuale conflitto, comunque, perché le loro conclusioni furono chiare e decisive. Le guerre sarebbero finite, in un modo o nell'altro, e con esse la sospensione dei diritti. Diversamente da quelle leggi la guerra in Afghanistan è stata prolungata indefinitamente attraverso lo slittamento dalla strategia di distruggere la cellula di comando di al Qaeda alla lotta contro i Talebani e a alla costruzione di una società democratica in Afghanistan. Con il secondo passo, la missione militare statunitense ha cambiato il suo intento centrale ed ha aumentato massicciamente la propria presenza, e col terzo passo la data ultima della guerra si è spostata molto lontano.

Ma c'è stato un problema più vasto. La guerra in Afghanistan non è stata la guerra principale. L'Afghanistan fu per caso il posto in cui era la sede centrale l'11 settembre del 2001. Il Paese non era essenziale, per al Qaeda, e creare una società democratica lì - se anche fosse stato possibile - non avrebbe per ciò stesso indebolito al Qaeda. Anche distruggendo al Qaeda ciò non avrebbe impedito a nuove organizzazioni islamiste o ad altri individui di insorgere.

La guerra principale non fu contro uno specifico gruppo terroristico ma piuttosto contro un'idea: la tendenza radicale dell'Islamismo. La maggior parte dei musulmani non sono radicali, ma ogni religione con un miliardo di aderenti avrà la sua parte di estremisti. La tendenza esiste, ed è profondamente radicata. Se lo scopo della guerra fosse lo distruzione di questa tendenza radicale, allora si può star certi che lo scopo non sarebbe raggiunto. Mentre potrebbe essere ridotto il rischio di attacchi - e di fatto non ci sono più stati altri 11 settembre, malgrado ripetuti tentativi negli Stati Uniti - non c'è modo di eliminare la minaccia. Per quante divisioni si schierino, per quanti sistemi di indagine elettronica siano creati, essi possono soltanto mitigare la minaccia, non eliminarla. Dunque, quella che alcuni hanno chiamato "la Lunga Guerra" è realmente divenuta una guerra permanente.

I mezzi con cui è stata condotta questa guerra non potevano condurre alla vittoria. Potevano, comunque, sbilanciare completamente la strategia statunitense impegnando massicce risorse in missioni non chiaramente connesse con la prevenzione del terrorismo islamista. Essi hanno anche creato una situazione in cui intrusioni di emergenza su parti importanti del Bill of Rights - così come quello di ottenere un mandato per certe azioni - divenne qualcosa di permanente. Una guerra permanente  va nella direzione di rendere permanenti i provvedimenti temporanei.

Il punto di rottura si ebbe, a mio parere, all'incirca nel 2004. Intorno a quel momento, al Qaeda fu incapace di montare attacchi contro gli Stati Uniti malgrado i suoi molteplici sforzi. La guerra in Afghanistan aveva sloggiato al Qaeda ed aveva creato il governo Karzai. L'invasione dell'Iraq - qualunque possa essere stata la sua giustificazione logica - chiaramente aveva prodotto un livello di resistenza che gli Stati Uniti non potevano contenere o potevano contenere solo scendendo a patti con i nemici, in Iraq. A quel punto, era necessario che avesse luogo un ripensamento radicale della guerra. Un ripensamento che non si ebbe.  

Il ripensamento radicale non aveva a che vedere con l'Iraq o l'Afghanistan, ma piuttosto con il problema di che cosa fare riguardo alla minaccia permanente agli Stati Uniti, e di fatto a molti altri Paesi, posta dalle reti globali del radicalismo islamico, pronte a porre in atto attacchi terroristici. La minaccia non sarebbe sparita, e non sarebbe stato possibile eliminarla. Nello stesso tempo, essa non minacciava l'esistenza della repubblica. Gli attacchi dell'11 settembre furono atroci, ma non minacciarono la sopravvivenza degli Stati Uniti, malgrado il loro costo in termini di vite umane. Combattere la minaccia richiedeva un grado di proporzionalità in modo che la lotta potesse essere mantenuta su una  base stabile, senza divenire l'unico scopo della politica estera degli Stati Uniti o della politica interna. Mitigare la minaccia era la sola possibilità, e la minaccia stessa doveva essere sopportata.

Washington in passato ha trovato un modo di realizzare questo equilibrio, sia pure contro minacce molto diverse. Gli Stati Uniti sono emersi come una grande potenza nei primi anni del XX Secolo. Durante quel tempo essi combatterono tre guerre: la Prima Guerra Mondiale, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, che incluse la Corea, il Vietnam ed altri impegni più piccoli. Nella due Guerre Mondiali gli Stati Uniti attesero che gli avvenimenti si sviluppassero, e in particolare in Europa attesero il momento in cui le potenze europee non potevano più reggere contro la minaccia di egemonia tedesca senza l'intervento americano. In ambedue i casi, intervennero pesantemente soltanto tardi, nel momento in cui i tedeschi erano stremati ad opera delle altre potenze europee. Non bisognerebbe dimenticare che la spinta americana più forte, nella Seconda Guerra Mondiale, non ebbe luogo fino all'estate del 1944. La strategia americana era quella di aspettare e vedere se gli europei riuscivano a stabilizzare da soli la situazione, usando la distanza per mobilitare le forze armate il più tardi possibili ed intervenire decisamente solo al momento critico.

I critici di questo approccio, particolarmente prima della Seconda Guerra Mondiale, lo chiamavano isolazionismo. Ma gli Stati Uniti non erano isolazionisti; erano coinvolti in Asia, durante tutto quel periodo. Piuttosto, vedevano se stessi come gli attori di ultima istanza, capaci di agire al momento decisivo con forze preponderanti perché la geografia aveva dato agli Stati Uniti la possibilità di scegliere il momento e le risorse.

Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti modificarono questa strategia. Continuavano a dipendere dagli alleati, ma ora si vedevano come i primi a dover rispondere. In parte ciò poteva essere visto come la strategia nucleare degli Stati Uniti. E poteva anche essere visto in Corea e Vietnam, dove gli alleati avevano ruoli sussidiari, mentre lo sforzo principale era americano. La Guerra Fredda fu combattuta in base ad un diverso complesso di principi, rispetto alle due guerre mondiali.

La strategia della Guerra Fredda è stata applicata alla guerra contro l'islamismo radicale, nella quale gli Stati Uniti - a causa dell'11 settembre ma anche a causa di una mentalità che si è potuta vedere in altri interventi -  sono stati in prima linea. Gli altri alleati seguivano la guida degli Stati Uniti e fornivano un sostegno nella misura che veniva loro comoda. Gli alleati potevano ritirarsi senza minare in modo determinante lo sforzo bellico. Gli Stati Uniti non potevano farlo.

L'approccio nella guerra fra gli Stati Uniti e i jihadisti è stato un completo rovesciamento rispetto all'approccio nelle due guerre mondiali. Ciò è comprensibile pensando che essa è stata scatenata da un evento inaspettato e catastrofico, la risposta al quale derivò da una mancanza di informazioni dei servizi segreti. Quando il Giappone colpì Pearl Harbour le emozioni furono come minimo altrettanto intense, ma la strategia statunitense nel Pacifico fu misurata e cauta. E le capacità di azione del nemico erano molto meglio conosciute.

Gli Stati Uniti non possono combattere una guerra contro l'islamismo radicale e vincere, e certamente non possono essere l'unico attore in una guerra combattuta soprattutto nell'Emisfero Orientale. Ecco perché l'intervento francese in Mali è particolarmente interessante. La Francia mantiene interessi nelle sue ex colonie imperiali in Africa, e il Mali è nel centro geografico di questi interessi. Al nord del Mali c'è l'Algeria, dove la Francia ha importanti investimenti energetici; all'est del Mali c'è il Niger, dove la Francia ha impegni notevoli nelle risorse minerarie, in particolare per l'uranio; e al sud del Mali c'è la Costa d'Avorio, dove la Francia ha un ruolo centrale nella produzione del cacao. Il futuro del Mali ha importanza per la Francia molto di più di quanta ne abbia per gli Stati Uniti.

Ciò che è più interessante, è l'assenza degli Stati Uniti dalla lotta, anche se stanno fornendo informazioni segrete ed altri aiuti, come mobilitare forze di terra da altri Paesi africani. Gli Stati Uniti non stanno agendo come se questa lotta li riguardasse; stanno agendo come se questa fosse la lotta di un alleato, che possono aiutare, in extremis, ma non in un momento in cui l'assistenza statunitense non è necessaria. E se i francesi non sono capaci di montare un'operazione efficiente in Mali, allora non si può gran che fornire aiuto.

Il cambiamento nell'approccio è anche evidente in Siria, dove gli Stati Uniti hanno sistematicamente evitato  qualunque cosa che andasse al di là di un'assistenza limitata e segreta, e la Libia, dove gli Stati Uniti intervennero dopo che i francesi e gli inglesi lanciarono un attacco che non furono in grado di sostenere. Questo fu, io credo, il punto di svolta, dato l'insoddisfacente risultato lì raggiunto. Piuttosto che accettare un largo impegno contro l'islamismo radicale dovunque, gli Stati Uniti stanno permettendo che il fardello dell'azione sia spostato sulle spalle di quelle potenze che hanno interessi diretti in quelle aree.

Ribaltare una strategia è difficile. È scomodo per qualunque potenza riconoscere che ha preteso troppo da se stessa, cosa che gli Stati hanno fatto sia con l'Iraq sia con l'Afghanistan. Ed è ancor più difficile riconoscere che gli scopi del Presidente George W.Bush in Iraq e Obama in Afghanistan mancano di coerenza. Ma chiaramente la guerra ha avuto il suo corso, e ciò che è difficile è anche ovvio. Noi non elimineremo la minaccia dell'islamismo radicale. L'impegno della forza per uno scopo irraggiungibile distorce la strategia nazionale fuori dalla forma giusta e cambia la struttura della vita all'interno del Paese. Ovviamente, la sorveglianza deve essere attuata contro l'emergenza di un'organizzazione come al Qaeda, con ambito globale, con sistemi sofisticati e disciplina operazionale. Ma ciò è molto diverso dall'opporsi ai jihadisti in Mali, dove gli Stati Uniti hanno interessi limitati e minori risorse.

Accettare una minaccia continua è anche difficile. Mitigare la minaccia di un nemico piuttosto che sconfiggere definitivamente questo nemico va contro il primo impulso. Ma non è qualcosa che sia alieno dalla strategia americana. Gli Stati Uniti sono impegnati nel mondo e non possono seguire il principio dei fondatori di tenersi fuori dalle lotte europee. Ma gli Stati Uniti hanno la possibilità di seguire la strategia statunitense nelle due guerre mondiali. Gli Stati Uniti furono pazienti, accettarono dei rischi e passarono il fardello ad altri, e quando agirono, agirono per necessità, con scopi chiaramente definiti in linea con le loro possibilità. Aspettare finché non c'è altra scelta che quella di entrare in guerra non è isolazionismo. Permettere agli altri di sopportare i rischi maggiori non è disimpegno. Combattere guerre che siano circoscritte non è da irresponsabili.

Il più grande rischio della guerra è ciò che essa può fare alla propria società, cambiando gli obblighi dei cittadini e dando nuova forma ai loro diritti. Gli Stati Uniti hanno sempre fatto questo, durante le guerre, ma quelle guerre alla fine sarebbero sempre finite. Il combattere una guerra che non può finire dà permanentemente una forma diversa alla vita nazionale. Una strategia che obbliga ad impegni dovunque renderà esausto un Paese. Nessun impero può sopravvivere all'imperativo di uno stato di guerra permanente e invincibile. È affascinante osservare i francesi che si occupano del Mali. È ancor più affascinante vedere gli Stati Unti che gli augurano  il successo e prevalentemente si tengono fuori dalla faccenda. Sono stati necessari all'incirca dieci anni, ma ecco che possiamo vedere il sistema americano stabilizzarsi attraverso la riduzione delle minacce che non possono essere eliminate e il rifiuto di essere coinvolto in lotte la cui responsabilità può lasciare ad altri.

Di George Friedman
Traduzione di Gianni Pardo


"Avoiding the Wars That Never End" is republished with permission of Stratfor. 15.1.2013


 

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