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Esteri
L'Europa va in frantumi? Con la crisi il rischio c'è


Poco meno di un anno fa, all'interno del mio contributo al Rapporto Ispi 2014, scrivevo della prevedibile ascesa nell’Unione Europea dei partiti nazional-populisti, confermata poi dalle elezioni di maggio, con la rilevante eccezione dell’Olanda, dell’Austria e, in parte, dell’Italia. Partiti euroscettici come l’Ukip britannico e il Front National francese sono risultati primi per consensi nei rispettivi paesi. Questi rappresentano ormai una componente stabile in quasi tutti i sistemi partitici della UE (come risulta dalle recenti elezioni svedesi), e sono per lo più riconducibili alla destra radicale (anche se con messaggi ideologici rinnovati), ma non mancano esempi di euroscetticismo ‘di sinistra’ come Syriza (alcuni sono populisti ma non nazionalisti come il Movimento 5 Stelle). Pur se in maniera diversa, tuttavia, ciò che accomuna questi partiti sono euroscetticismo ed eurofobia. L’antieuropeismo, ovvero la difesa della nazione contro il ‘superstato europeo’ e la sua burocrazia, e la connessa ostilità nei confronti del processo di unificazione, costituiscono il punto di coagulo dell’ideologia nazionalista, oltre che della retorica populista, che fa un uso strumentale del risentimento popolare contro le istituzioni e l'establishment e del fascino esercitato dall'antipolitica per diffondere il proprio messaggio.
 
La prolungata crisi economica, l’entità del debito pubblico, la disoccupazione elevata (in particolare dei giovani) di molti paesi membri dell’Eurozona e le ridotte aspettative di sviluppo dell’intera Unione sono la causa prima della crescita dell’estremismo euroscettico, anche perché seguono tre decenni di economia globalizzata che hanno ridimensionato la sovranità nazionale, ridotto l’efficacia delle politiche economiche e comportato una riduzione/riqualificazione del welfare state. Gli effetti dirompenti della crisi per il lavoro, la famiglia, i servizi sociali, la vita urbana, alimentano un clima di insicurezza e paura, offrono un terreno favorevole alla demagogia e all’estremismo che promettono protezione all’interno di anacronistiche frontiere nazionali.
 
L’euroscetticismo trae, inoltre, alimento dalla crisi della democrazia, in generale, e dal deficit democratico dell’Unione Europea, in particolare. I partiti populisti anti-europei sono il sintomo di una patologia della democrazia (questo il senso della denuncia di rischio eversivo fatta dal Presidente della Repubblica nel discorso all’Accademia dei Lincei); si situano infatti ai margini del sistema politico, tra la contestazione violenta e la contestazione ‘legittimista’ del sistema politico esistente, rappresentano un’opposizione all’establishment, senza tuttavia essere anti-sistema (partecipano alle elezioni e all’attività parlamentare), si proclamano veri interpreti della democrazia, ma ignorano il costituzionalismo liberale (e, in qualche caso come il Fidesz ungherese, limitano i poteri della Corte costituzionale, l’autonomia della magistratura, la libertà di stampa, il pluralismo religioso e i diritti civili).
 
Ma l’antieuropeismo è anche il sintomo del carattere squilibrato della democrazia sovranazionale europea, in cui il metodo intergovernativo prevale nettamente rispetto al metodo comunitario, il potere del Consiglio europeo è sproporzionato rispetto a quelli del Parlamento e della Commissione, le decisioni delle élites tecnocratiche di Bruxelles e Francoforte, pur riconducibili a reali esigenze sistemiche di stabilità finanziaria e di competitività, non sono controbilanciate da un Parlamento e da un Governo europei dotati di pieni poteri. Se questo deficit democratico non verrà colmato procedendo con decisione nella costruzione di un’autentica comunità politica sovranazionale, i partiti euroscettici ed eurofobici guadagneranno terreno minacciando l’intero progetto europeo.
 
Alberto Martinelli, Professore Emerito Università degli studi di Milano

http://www.ispionline.it

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